L'azione sul Sasso di Stria

18 Ottobre 1915

Il 15 luglio alcuni reparti della Torino riescono a raggiungere ed a rafforzarsi ai margini del bosco che fronteggia la linea austriaca, ma non riescono ad andare oltre. Il comandante della brigata, gen. Papa, descrive così quel periodo in una lettera alla moglie: "Mi sono passati sotto gli occhi tutti i morti e tutti i feriti dei giorni scorsi, e non ti dico del senso che si prova! Mi son fatto molto più forza di quanto mi sarei creduto capace. Ufficiali che non valevano nulla, qui sono perfettamente a posto: altri che erano dei valorosi, qui cadono come castelli di carta. Eh, si è certi che la guerra è una grande prova! Il fischi dei proiettili e lo scoppio delle granate per alcuni è una spinta, è vita; per altri significa stati più o meno completa di ogni facoltà. I giovani, però, in guerra rispondono meglio e i soldati in genere rispondono in quanto sono guidati. Una compagnia che perdette più di cinquanta uomini, ossia un quarto della forza, è in efficienza più di altre che ebbero limitatissime perdite. Tutta questione di ufficiali."
Verso la metà di ottobre maturò nella mente del colonnello l'idea di approfittare della più ampia azione contro la linea Valparola-Settsass per tentare l'occupazione di sorpresa del Sasso di Stria. Secondo il col. Papa si doveva conquistare la vetta del Sasso di Stria, per poi battere il nemico annidato sulla Selletta e facilitare l'accesso di qualche plotone che avrebbe dovuto scavalcare lo schienale del Sasso e portarsi alle spalle degli austriaci trincerati in Valparola. Un reparto del 3° Kaiserjäger presidiva il trinceramento sulla Selletta del versante sud-est, ed un altro stava sull'opposto versante a q.2325; la cima (q. 2477) serviva come osservatorio di artiglieria e si raggiungeva facilmente per la dorsale nord. Il piano d'azione prevedeva che una pattuglia di volontari fosse seguita a breve da un plotone con una sezione mitragliatrici, e poi dal resto della compagnia. La principale necessità secondo il col. Papa era l'occupazione della cima in modo da poter poi battere gli austriaci dall'alto. La pattuglia fu affidata al s. ten. Fusetti, il quale a sua volta chiese che il plotone di rincalzo forse affidato al s.ten. Braschi.Di lui così scrisse Alighiero Castelli l'8 gennaio 1916 su "La Tribuna" di Roma: "Il sottotenente Braschi, romagnolo di nascita e d'animo è uno dei più noti e fervidi propagandisti del campo cattolico nella sua regione. La sera del 17 ottobre, poco prima che le truppe si muovessero per l'ardita spedizione, le fece adunare e pronunciò un breve discorso: "non vi nascondo che l'impresa cui prenderemo parte è arditissima. Tutti dobbiamo essere lieti di esporre la vita per la Patria. Se qualcuno di voi ha delle disposizioni da dare, si rivolga al Cappellano che fra poco sarà qui per benedirci". E infatti giunse il sacerdote che, mentre i soldati si scoprivano il capo in silenzio dinanzi al profilo del Sasso della Strega tutto roseo nei vagori del tramonto, impartì loro l'assoluzione."
Il Fusetti organizzò una pattuglia di 14 uomini, composta dagli aspiranti Magnifico, Rapicavoli e Moscatelli, i sergenti Serpetti e Giorni, i caporali Martini e Ludovisi ed i soldati Paloschi, Marcandali, Pinci, Montanari, Fiori, Bazzani, Pasini e Arese. La sera del 17 ottobre alle 19 la pattuglia parte dal Castello di Buchenstein; attrezzò con una corda fissa la parete sud-ovest ma la scalata durò più del previsto: un soldato rimase ferito dai sassi fatti cadere dai primi ed in tre si offrirono per riportarlo indietro: ma questi "animosi" si incontrarono con il plotone Braschi e per giustificare quella che poteva sembrare diserzione, dissero che tutta la pattuglia stava tornando indietro: anche il Braschi decise allora di fermarsi. Solo 5 soldati del plotone decisero di proseguire e raggiungere la pattuglia di testa. Questa alle 2 raggiunse la selletta che trovò libera e decise di tagliare il cavo telefonico che scendeva dall'osservatorio, in attesa di rincalzi. Che però non arrivarono per cui il Fusetti decise di proseguire verso la vetta lasciando alcuni uomini. Giunsero in vetta alle 4 e, stranamente, non ci trovarono nessuno. Fusetti assegnò i posti agli uomini in modo da poter colpire dell'alto il trincerone Vonbank nel momento dell'attacco italiano. Alle prime luci dell'alba si presentò dal sentiero proveniente dalla Valparola la squadra degli osservatori austriaci, composta dal te. Stradal, altri due ufficiali e 4 telefonisti; gli italiani intimano la resa e catturano un componente della pattuglia, feriscono un ufficiale d'artiglieria ma Stradal riesce a dare l'allarme al posto di guardia N.10. Così racconta Schemfil: "Il tenente Fritz informò telefonicamente, alle ore 9 antimeridiane, che una pattuglia nemica era salita sul Sasso di Stria. Essa stava combattendo da mezz'ora contro la guardia da campo. Il maggiore Ullman inviò sul posto il sottotenente Hazon, un bergführer e venti kaiserjäger della 9ª cmp., che si trovavano presso lo sbarramento "Tra i Sassi". Questi però, furono subito individuati dalla Cengia Martini e presi sotto tiro, al punto da dover retrocedere per mettersi al riparo. Intervennero, salendo dall'opposto versante (Trincea Edelweiss), due altri distaccamenti con il medesimo compito e costituiti l'uno da 14 e l'atro da 6 jäger, agli ordini rispettivamente dei capiplotone Rieder e Frankauser. Frattanto il tenente Stradal, con gli artiglieri e gli uomini del 10° posto di guardia, aveva tenuto a bada gli italiani che ormai non avevano più scampo."
Nel frattempo il Braschi ripiegò fino al margine del bosco, dove però trova il comandante di compagnia che gli intima di tornare a verificare cosa ne sia stato della pattuglia Fusetti. "Il plotone Braschi tornò ad arrampicarsi sulle rocce con la prima luce del giorno. A metà ascensione, udirono una voce forte e chiara che veniva da lassù. La voce, forse forse rafforzata da un megafono, diceva: Venite Italiani, il Sasso di Stria è preso! I soldati, benchè stanchi, si entusiasmarono e presero a salire con maggior lena. Non sospettarono l'inganno, non pensarono che questa voce potesse essere del nemico. L'ansia dava loro allucinazioni: già vedevano l'impetuoso sottotenente Fusetti, ch'era salito agilmente alla testa dei suoi, piantare la bandiera italiana sulla sommità del Sasso. Il nemico era stato messo in fuga? Ma cosa aveva quel vecchio lassù, col barbone irsuto e la voce rauca, che si chinava di frequente nell'incavo di una roccia e traeva bombe a mano e le gettava, inframezzandole con colpi di fucile? Era senza dubbio un austriaco. Fortunatamente le bombe non colpivano nessuno, ma il vecchio continuava a chinarsi ed estrarre ordigni esplodenti come se nella cavità della roccia ne avesse un deposito. I nostri soldati, mentre si arrampicavano, deridevano quel vecchio e lo chiamavano il "farmacista": ma perdio! Non ha ancora terminato la provvista di pillole quel maledetto? ... Il barbone gridava: 'Avanti Italiani, se avete coraggio'."
Ma il plotone si fermò, immaginando che la vetta fosse già occupata dal Fusetti e non ci fosse più bisogno di loro. Il Fusetti era sì in vetta ma era del tutto circondato e cominciò a fare segnali per inviare l'artiglieria. Alle 11 quando il plotone di rincalzo decise di muoversi, gli austriaci erano già ben appostati e li respinsero facilmente uccidendo il s.ten. Salvati (sezione mitragliatrici) e l'asp. Amicizia. Anche il Braschi, venne catturato. Fusetti venne ucciso e tutti gli altri catturati. Così l'allievo ufficiale Rapicavoli ricorda Fusetti: "Appena potei salire all'osservatorio per salutare la salma del Fusetti non trovai nessuno presso il cadavere; a carponi potei vedere il volto dell'eroico camerata che, disteso, sembrava stesse per dormire, come per riposarsi dal suo angoscioso tormento. La sua fronte, spaccata dal proiettile nemico, coperta da un rivolo di sangue, era serena, guardava in alto. Tolsi la bandierina tricolore che ancora sventolava sulla vetta del Sasso e la distesi sul volto insanguinato, come un sudario, e questa si tinse di sangue vermiglio."
Nel seguito, racconta l'allievo ufficiale Magnifico: "Intanto il nemico servendosi dei corridoi larghi 60-70 cm e alti dai 3 ai 4 metri, che trasversalmente, orizzontalmente e parallelamente tagliano il Sasso di Stria, ci aggirava. Un'ora dopo circa, 8 uomini ben appiattati e a breve distanza aprirono un forte fuoco d'infilata contro il piccolo corridoio (più largo e molto più basso, però) da noi occupato, corridoio che noi nella mattinata avevamo costruito con un muricciolo di sassi e neve. Intensificata la sorveglianza, noi pochi che occupavamo il corridoio e le adiacenze aprimmo pure il fuoco, sostituendoci senza bisogno di ordini. La situazione si complicava: le munizioni benchè si sparasse solo a colpo sicuro scemavano a vista d'occhio; i validi al combattimento si erano ridotti a pochi, ognuno dei quali aveva, si può dire, un obiettivo diverso."
Questo il racconto di parte austriaca (Stradal e Schemfil): "Quando arrivammo sulla cima, io e un kaiserjäger, erano le 4 del pomeriggio. Il camminamento in quel punto era molto stretto e si poteva passare soltanto due per volta. Sparammo a distanza ravvicinata e, in quell'ultimo scontro, rimasero uccisi altri due o tre italiani. Il resto della pattuglia si arrese, non per vigliaccheria (questo lo voglio mettere bene in chiaro), ma perchè gran parte di loro era già stata ferita durante il precedente fuoco di fucileria. All'imbrunire vennero condotti giù i prigionieri: erano quasi tutti feriti al braccio, perchè sporgendosi verso la cresta più bassa, offrivano una buona mira ai nostri. Dei caduti, soltanto due furono trasportati a fondovalle: gli altri (tra cui l'ufficiale) furono gettati nei profondi canaloni del versante sud."
L'azione ebbe una sosta dal 2 al 12 novembre ma la ripresa non portò gli italiani più vicini al successo. Il 30 il col. Papa assumeva il comando della brigata Liguria (in altra zona del fronte).

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