Preparazione della quinta mina

Ottobre 1917

L'insuccesso delle quattro mine precedenti spinse gli austriaci a ricercare la soluzione definitiva al problema di Cengia Martini con una nuova mina.
"Tuttavia, per quanto grave fosse la minaccia, altrettanto facile sarebbe riuscito anche questa volta prevenirla, pararla e forse anche sfruttarla a nostro vantaggio, mediante la costruzione di una breve galleria di contromina che avrebbe potuto permetterci d'irrompere finalmente alle loro spalle, nel malaugurato "Appostamento degli archi". Peccato che gli eventi, precipitando verso il lugubre autunno del 1917, non avessero permesso di sfruttare, com'era nei piani del nostro comando, la colossale mina che il tenente Tazzer e i suoi minatori stavano scavando proprio sotto i piedi - si può dire - degli austriaci. La cengia, senza più tormento di scoppi, senza più insidia di pattuglie, senza più agguati di cecchini, un giorno tristissimo e precocemente invernale tacque definitivamente. Quella cengia infernale, abbandonata dai suoi difensori per la ritirata dal Cadore, non rioccupata dagli invasori che scesero per le valli e poco si curarono delle vette, rimase deserta per sempre: aspra, ferrigna, crucciata, sigillando nell'immobilità della sconvolta pietraia il tumulto della sua breve, incredibile vita. Dopo l'armistizio, fu poi asserito dagli austriaci che la quinta mina, costituita da due enormi camere di scoppio, avrebbe dovuto distruggere i nostri in un attimo e allo stesso tempo il nostro immane lavoro di due anni; né, a dir il vero, possiamo opporre alcun diniego a una così recisa affermazione. Possiamo solo osservare che, se tale spaventoso progetto avesse dovuto e potuto realizzarsi, sarebbe stato, per nostro conto e a prescindere dalle conseguenze che avrebbe potuto avere nei riguardi della situazione generale, preferibile l'abbandono forzato da parte nostra della posizione. Se la sola contabilità delle perdite o la misurazione metrica delle superfici dovessero costituire elemento di valutazione dell'importanza di un'impresa di guerra, forse il Lagazuoi, tormento e passione per tanti mesi di cinque battaglioni alpini: "Val Chisone", "Belluno", "Val Pellice", "Monte Granero" e "Pallanza", non avrebbe meritato così grande copia di sforzi nella conquista, nella difesa, nell'offesa. Ma che cosa valesse, come posizione strategica, si è visto dalla sua struttura e dalla posizione geografica e si può comprendere dall'entità delle forze impiegate e dall'accanimento col quale il nemico tentò di togliercela."
Scrive il comandante austriaco della zona, Viktor Schemfil: "Questa roccia nemica nelle mani degli italiani cagionò più perdite ai difensori dei Tre Sassi che non la difesa contro tutti i grandiosi attacchi italiani."

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