Nazione Bellati Valerio

Grado Sottotenente

Mostrina  7° Alpini battaglione Belluno (79ª cp.)

Ritratto

Nato il 17 gennaio 1896 a Feltre (BL)

Morto il 16 aprile 1923 a Roma per malattia

Decorazioni

Decorazione Medaglia d'Argento

Sotto il fuoco violento di fucileria, mitragliatrici, artiglieria e bombe a mano nemiche, alla testa del proprio plotone dava mirabile esempio di valore, oltrepassando una linea di reticolati ancora quasi intatta e penetrando nei trinceramenti avversari che vennero finalmente conquistati dopo parecchi attacchi infruttuosi fatti in un precedente periodo di tempo di ben tredici mesi. Si slanciava poi all’attacco della seconda linea.
Val Travenanzes, 30 luglio 1916

Note biografiche

Figlio del medico chirurgo Conte Bortolo Bellati[1] e di Claudia Calbo Crotta, Valerio Gian Francesco era nato a Feltre il 17 gennaio del 1896. Compiuti gli studi classici nella città natale, desideroso di proseguire la propria istruzione nell'ambito delle scienze sociali, nel gennaio del 1914 si era iscritto al Regio Istituto Superiore "Cesare Alfieri", a Firenze, città dove si era trasferita anche sua madre dopo essersi separata dal marito. Per sedici mesi Valerio aveva frequentato con profitto le lezioni, ma alla metà di maggio del 1915, anche tra le mura del suo Ateneo si respirava ormai l'aria dell'imminente entrata in guerra dell'Italia contro l'Austria-Ungheria. Il 17 di maggio scriveva infatti a suo padre: "Qui a Firenze le dimostrazioni continuano; gli animi sono molto eccitati; stamane, dopo le prime ore di lezione, si deliberò di sospendere le lezioni e di chiudere l'anno scolastico; il Direttore protestò un pochino, ma poi quasi quasi acconsentì di buona voglia. Qui si parla della guerra come di una cosa sicura ed imminente; certo che ormai il nervosismo è giunto al colmo. Per un nonnulla si tirano schiaffi, pugni, bastonate. Se non si decide la guerra con l'Austria, scoppierà una rivoluzione interna. La notizia che il Re ha riconfermato la fiducia a Salandra ha calmato un po' gli spiriti; ma più che calmi si può dire soddisfatti. Noi siamo ridotti a meno della metà, poiché molti sono stati richiamati e molti si sono iscritti al corso allievi ufficiali apertosi il primo Maggio. Le lezioni sono dunque finite ed io cosa devo fare? ... ti pregherei di mandarmi istruzioni".
E in un'altra lettera del 24 maggio, il giorno della dichiarazione di guerra, proseguiva: "[...] tutti i miei compagni sono stati richiamati, io eccettuato, essendo l'unico in tutto l'Istituto della classe 1896 [...] Io non so cosa fare, poiché penso che prima che riaprano un secondo corso allievi ufficiali passerà parecchio tempo [...], ad ogni modo mi sottometto alla potestà paterna che ha sempre saputo guidarmi così bene fino ad ora. Io non ti ho esposto che un desiderio o, meglio ancora, una idea. Siccome poi le idee possono essere buone o cattive, così ti sarei grato se tu volessi darmi un consiglio [...]. Sono già cominciate le fucilate ai confini? Io non so come comportarmi perché due grandi affetti, benché differenti, mi contrastano lo spirito. L'affetto che io sento per te, che è immenso perché tu sei tutto per me ed il solo pensiero di poter arrecarti un dispiacere mi addolora tanto da farmi rinunciare a qualunque cosa, tanto più che tu non saresti capace, a costo di sacrificare i tuoi affetti più sacri, di farmi commettere un'azione che potesse anche minimamente contrastare le mie aspirazioni, che sono anche le tue, e l'amore di Patria che è pure molto grande, specialmente ora che è aumentato dall'entusiasmo provocato dalla guerra [...]."
Sei mesi più tardi, il 24 novembre, anche Valerio era stato chiamato alle armi e il giorno successivo si era presentato, quale allievo ufficiale di complemento, alla scuola militare di Modena. In una novantina di giorni la sua preparazione militare era stata portata a termine e il 7 marzo del 1916, l'Aspirante ufficiale Bellati veniva inviato a Belluno al deposito del 7° Alpini. Passando per Feltre si era fermato a salutare la famiglia, in particolare Milla[2], la sorella alla quale Valerio era particolarmente affezionato. Suo padre gli aveva allora consigliato, allorquando ne avesse avuta la possibilità, di farsi aggregare alla 79ª compagnia comandata dal capitano Tito Brida, persona a lui nota e certamente degna di stima. Raggiunto il comando di battaglione, assegnato com'era suo desiderio alla 79ª del Belluno, Bellati aveva potuto assistere ai lavori di preparazione della mina del Castelletto. In zona Tofane l'abbondante manto di neve caduto durante l'inverno era ancora presente e le azioni, dall'una e dall'altra parte del fronte, in quei giorni di primavera si risolvevano in pattugliamenti e sporadici scontri. Prestando servizio tra la "Gran Guardia", sotto la Tofana di Rozes, e Vervei, la sede del comando di gruppo, Bellati aveva stretto amicizia con numerosi ufficiali della sua e di altre compagnie: Bossiner, Grazzi, Trevisan, Pieri, Perin e molti altri con i quali aveva indi partecipato ad azioni contro le posizioni austriache sul Col dei Bos, al Castelletto dopo l'esplosione della poderosa mina, a quota Berrino, al Sasso Misterioso e infine, il 30 luglio del 1916, al tentativo di sfondamento per la conquista della Val Travenanzes. Pochi giorni prima suo padre si era recato a Vervei per salutarlo e, come avrà modo di ricordare il capitano Tito Brida[3], aveva augurato a suo figlio e agli altri ufficiali presenti di farsi onore compiendo il proprio dovere fino all'ultimo. Secondo il piano concepito dal maggiore Grandolfi e approvato dal colonnello Tarditi, l'azione diretta ad assicurare il libero accesso alla Val Travenanzes sarebbe iniziata con la conquista delle postazioni austriache del Sasso Misterioso e di quelle alla base del canalone retrostante il Castelletto. Quindi, i battaglioni provenienti da diverse direttrici si sarebbero ricongiunti a forcella Col dei Bos da dove, per differenti linee d'attacco, avrebbero proseguito verso valle con una "travolgente" azione a sorpresa. Valerio Bellati, con il suo plotone, avrebbe affiancato il tenente colonnello Augusto Baccon al quale era stato affidato, per l'occasione, il comando dell'intero battaglione «Belluno». Bellati stesso avrà successivamente modo di descrivere in una relazione lo schema d'attacco:
"Il battaglione «Pelmo» frontalmente verso Forcella Fanis, proteggendo così il fianco sinistro del battaglione «Belluno». L'«Antelao», scendendo dal Castelletto, avanzare contemporaneamente al «Belluno» alla sua destra. Il «Cadore», scendendo da Fontana Negra, sfociare in Val Travenanzes a impedire i rinforzi nemici. Il compito dei battaglioni «Belluno» e «Antelao» consisteva in una velocissima marcia fino alla base del Monte Fanis che gli alpini, suddivisi in piccole squadre, dovevano scalare."
Il 28 luglio Valerio aveva scritto a suo padre: "Carissimo papà, [...] scrivo queste poche righe alla vigilia di partire per l'azione [...]. Mi sento forte e sicuro di me stesso [...] l'unico pensiero che mi faccia tremare l'animo è quello di immaginare il dolore immenso che ti procurerebbe la mia perdita [...]. Pensa però, papà mio diletto, che il figlio tuo è morto come tanti altri per la Patria nostra, per un Ideale così grande, così luminoso, dinnanzi al quale il sacrificio della vita è ben poca cosa [...]."
Nella notte del 29 luglio il «Belluno» era partito all'attacco preceduto dal colonnello Baccon e da Bellati al comando del primo plotone. Abbattuto un debole reticolato, i primi uomini erano penetrati fra le trincee del Sasso Misterioso, ma fin da subito, un fatale incidente aveva fatto presagire che quel giorno le cose non sarebbero andate per il verso giusto. Il sergente Di Biasio, ignaro che la posizione fosse già nelle mani della 96ª compagnia dell'«Antelao», nel buio della notte aveva aperto il fuoco contro gli occupanti e disgraziatamente, aveva colpito a morte il sottotenente Michele Fortini. Nella confusione del momento, dovuta alla scarsa visibilità ed alla mancanza di chiare comunicazioni tra i reparti, l'attendente di Fortini aveva quindi risposto al fuoco colpendo a morte lo stesso Di Biasio. L'azione era comunque proseguita e gli uomini, pur rattristati dal tragico contrattempo, avevano continuato ad avanzare, sotto il fuoco dell'artiglieria austriaca, verso Col dei Bos. Pur non avendo certezza che la compagnia del capitano Rossi avesse prima liberato dal nemico il fianco della Tofana, Baccon aveva deciso di scendere comunque in Val Travenanzes, ignaro che i Kaiserjäger, ritirandosi, avevano formato un nuovo sbarramento tra la parete occidentale della Tofana e Cima Falzarego, tendendo agli attaccanti un'insidiosa trappola. Poco prima dell'alba del 30 luglio il colonnello Baccon aveva così ordinato ai suoi alpini di avanzare. Seguendo il suo comandante, anche il sottotenente Bellati era sceso di corsa fra i massi e i dirupi, ma ben presto l'offensiva del «Belluno» si era trasformata in tragedia: sotto il fuoco incrociato delle mitragliatrici i reparti si erano sfaldati, ma gli uomini di testa avevano continuato la loro corsa.
"[...] Irrompemmo così in Val Travenanzes - scriverà il capitano Bridda[4] - ma lungo la scesa di un nevaio dapprima, del ghiaione poi, la compagnia venne fatta bersaglio, dal fianco sinistro, a un fuoco violentissimo di fucileria e mitragliatrici che annientava nel complesso più del 50% dell'effettivo: 80 furono i morti e 15 i feriti. Albeggiava di già. Mantenendomi in testa al reparto e seguendo di una decina di metri il capitano Baccon [...] mi slanciai avanti verso alcuni massi che reputavo potessero servire da riparo e che erano ad una cinquantina di metri dalla trincea nemica di fondo valle".
"[...] Con pochi superstiti - racconterà Bellati - cercai di scendere verso il fondo valle dove sorgevano alcuni massi: arrivatovi trovai il sottotenente Bossiner leggermente ferito con 5 o 6 soldati pure feriti; diedi subito disposizioni per fortificare la posizione, ma non erano trascorsi 15 minuti che gli austriaci usciti dai due sbocchi della trincea ci piombarono addosso. Erano circa le 5,30 del mattino."
Per i fatti di quel giorno, a Bellati sarà in seguito attribuita la medaglia d'Argento al Valor Militare[5]. Fatto prigioniero, Valerio era stato avviato con altri ufficiali verso il campo di prigionia di Mauthausen e tre giorni dopo aveva scritto a suo padre: "Sono stato fatto prigioniero in combattimento. Di salute sto bene. Appena giunto a destinazione manderò il mio indirizzo" ... e in un'altra lettera del 9 agosto riprendeva: "[...] la fortuna mi è stata avversa; essa ha voluto condannarmi a subire il maggior dolore che un soldato italiano possa provare. Mi sono fatto forza e sono riuscito a superare questa crisi, che segna una tappa così acerba nella mia vita. L'affetto che ho per te, papà mio, mi ha fatto ragionare e ormai cerco di adattarmi [...] Inviami pure il ritratto tuo, di Milla, ed anche di nostro cugino Vittorio[6]; guarda che siano di formato piuttosto grande. Ne abbellirò la mia cameretta [...]" e ancora il 1° settembre: "[...] tralasciai di scriverti perché la mia testa era vuota, incapace di pensare. Ora invece so che, benché divisi da centinaia di chilometri, il tuo pensiero è qui vicino al mio [...] immagino quanto avrai sofferto quando nulla sapevi di preciso sulla mia sorte, ma anch'io ho sofferto moltissimo, non fisicamente perché la mia costituzione mi permette qualunque fatica, ma moralmente ero annientato. Il pensare alla sorte che mi era toccata mi abbatteva, mi umiliava terribilmente; [...] mi sarei aspettato tutto fuorché finir prigioniero. [...] Nella cassetta troverai due righe che buttai giù poco prima di partire [...] Una cosa sola mi consola: la sicurezza di aver compiuto fino in ultimo il mio dovere di soldato; e se la sorte non mi fu benigna certo non dipese dalle mie volontà. Anche i nostri nemici riconobbero, e ce lo dissero francamente, che ci eravamo portati da valorosi; io invece dico che ci portammo da soldati italiani e basta [...]".
Durante la prigionia Bellati aveva tentato la fuga, ma colpito da una pallottola al basso ventre, si era dovuto arrendere per la seconda volta. La ferita si era ben presto aggravata essendo la pallottola penetrata nel fegato. Dopo diciotto mesi di detenzione, in considerazione del suo grave stato di salute e per intercessione della Santa Sede, durante un'operazione di scambio di prigionieri, Valerio era stato rimpatriato. Durante una difficile operazione, praticata preso l'ospedale di Firenze, per una spiacevole imprecisione il chirurgo, amico di suo padre, gli aveva lesionato il coledoco, il dotto tubolare deputato al trasporto della bile. Valerio era passato quindi da un ospedale all'altro, ma le continue cure e le mille attenzioni di suo padre non erano bastate a rimetterlo in salute, ne' era valsa a risollevargli il morale la nomina a sottotenente che gli era giunta il 1° novembre del 1917. Allo stremo delle forze nel 1920 aveva vestito per l'ultima volta la divisa da alpino per una ben triste cerimonia: scortare il feretro di suo cugino Battista[7] che veniva traslato nella tomba di famiglia al cimitero di Feltre. Valerio era stato in fine ricoverato a Roma ed all'età ventisette anni, alle 9,30 del 16 aprile del 1923, moriva tra le braccia di suo padre. Tra i molti presenti alla sua sepoltura nella tomba di Feltre era presente anche Don Piero Zangrando, il prete degli alpini, che in quella triste occasione ebbe a dire: "[...] Valerio Bellati è morto [...] nel momento in cui si comincia a vivere [...]. Egli guardò alle Alpi radiose che Dio ha posto a corona di questa terra [...] che ora versa lagrime di riconoscenza sulla bara di questo giovane eroe che prodigò tutto, e giovinezza e avvenire, e tanti dolori patì per dare a lei la sicurezza [...] per aprire una più larga via alla prosperità e alla dignità fra le Nazioni [...]".

Alcune notizie sono tratte dal testo: "Co. Valerio Bellati tenente 7° alpini. Immagini, ricordi, pensieri dedicati dal padre agli amici nel 1° anniversario". Si ringrazia per la preziosa collaborazione il dott. Francesco Villabruna, discendente della famiglia Bellati.

Note

[1] Onorevole Deputato del Regno in rappresentanza della città di Feltre
[2] Diminutivo di Maria Cecilia
[3] Articolo pubblicato il 25 aprile del 1923 da "Il Giornale di Udine"
[4] Aussme F 11. b. 6 383 - Bridda
[5] R.D. 44375 del 7 settembre 1919
[6] Allude al ritratto del Re Vittorio Emanuele
[7] Battista Bellati, tenente degli alpini, medaglia d'argento al V.M., caduto di fronte a Tolmino, sulla Bainsizza, nel 1917