Nazione Bossiner Giuseppe

Grado Sottotenente

Mostrina  7° Alpini, battaglione Belluno

Ritratto

Nato il 23 novembre 1895 a Belluno

Morto nell'agosto del 1946 a Roma

Decorazioni

Decorazione Medaglia d'Argento

Alla testa del proprio plotone, dopo conquistata una prima linea nemica, si slanciava, benché ferito, all'attacco della 2ª linea, e penetrava, per primo, in una trincea avversaria mantenendola, finché, sopraffatto da forze preponderanti e ferito nuovamente, veniva catturato, coi superstiti del suo reparto.
Val Travenanzes, 30 luglio 1916

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Figlio di Vittorio-Emanuele e Aurilla Masi, Giuseppe Bossiner nasce a Belluno il 23 novembre del 1895. La sua è un’antica famiglia originaria di Sesto di Pusteria[1] che ormai da lungo tempo si è trasferita nella valle del Piave per operare nel commercio del legname. Giuseppe è ancora studente universitario d’ingegneria quando, chiamato alle armi, il 22 novembre del 1915 si presenta al deposito del 7° Alpini a Belluno. Tre giorni più tardi parte per Modena dov’è inviato per frequentare il corso allievi ufficiali. Lì incontra altri giovani come lui, molti dei quali conterranei, coi quali si appresta a condividere le sorti della guerra. Tra questi ci sono anche il feltrino Valerio Bellati, Mario Cadorin di Agordo, Giovanni Piovesana di Conegliano ed altri, assieme ai quali il 7 marzo del 1916 completa il corso di preparazione. Col grado di aspiranti ufficiali, in tredici vengono destinati al 7° reggimento Alpini, e dopo una breve visita a casa, sono subito destinati al fronte.
Il 18 marzo Giuseppe Bossiner è ai piedi della Tofana di Rozes dove fervono i lavori di preparazione della mina destinata a scalzare gli austriaci dalle guglie del Castelletto. Si presenta, assieme ad altri 12 aspiranti ufficiali, al maggiore Grandolfi che li assegna alle diverse compagnie. Giuseppe è destinato alla 79ª, alle dipendenze del capitano Tito Brida, e con lui ci sono anche gli amici Bellati e Cadorin. Partecipa fin da subito a diverse azioni di pattuglia che si rivelano particolarmente difficoltose a causa del manto nevoso che, in quei giorni di primavera, è ancora molto abbondante e instabile. Viene poi inviato per un breve corso sciatori a Fenestrelle, in Piemonte, ed al suo ritorno presta servizio alla “Gran Guardia”, sotto la Tofana, ed a Vervei, la sede del comando di gruppo. Spera di incontrare da quelle parti suo cugino Paolo Stiz, ufficiale d’artiglieria, ma viene a sapere che in quel periodo lui è impegnato altrove, al Passo della Sentinella, dove si sta preparando un attacco a sorpresa contro le postazioni austriache. Dopo l’esplosione della mina sotto le guglie del Castelletto della Tofana, avvenuta l'11 luglio del 1916, Giuseppe Bossiner prende parte alle azioni contro le postazioni austriache del Col dei Bos e di Punta Berrino, ed il 15 luglio gli giunge finalmente la nomina a sottotenente. Appena due settimane più tardi è tra i protagonisti del tentativo di sfondamento per la conquista della Val Travenanzes. Secondo il piano concepito dal maggiore Grandolfi, approvato dal colonnello Tarditi, l’azione diretta ad assicurare il libero accesso alla Val Travenanzes dovrà iniziare con la conquista delle postazioni austriache del Sasso Misterioso e di quelle alla base del canalone retrostante il Castelletto. Pertanto, i battaglioni provenienti da diverse direttrici si ricongiungeranno a forcella Col dei Bos da dove, per differenti linee d’attacco, potranno proseguire verso valle con una “travolgente” azione a sorpresa. Il sottotenente Bossiner, con il suo plotone, viene messo di rincalzo agli alpini del sottotenente Valerio Bellati che, a sua volta, affiancherà il capitano Brida al comando della 79ª compagnia. Nella notte del 29 luglio ha inizio l’assalto. Abbattuto un debole reticolato, i primi uomini penetrano fra le trincee del Sasso Misterioso ma, fin da subito, un fatale incidente fa presagire che quel giorno le cose non vadano per il verso giusto. Il sergente Di Biasio, ignaro che la posizione è già nelle mani della 96ª compagnia del battaglione Antelao, nel buio della notte apre il fuoco contro gli occupanti e, disgraziatamente, colpisce a morte il sottotenente Michele Fortini. Nella confusione del momento, dovuta alla scarsa visibilità e alla mancanza di chiare comunicazioni tra i reparti, l’attendente di Fortini risponde al fuoco colpendo a morte lo stesso Di Biasio. L’azione comunque prosegue e gli uomini, pur rattristati dal tragico contrattempo, continuano ad avanzare sotto il fuoco dell’artiglieria austriaca verso Col dei Bos. Pur non avendo certezza che, come prestabilito, la compagnia del capitano Rossi abbia già liberato dal nemico il fianco della Tofana, il tenente colonnello Augusto Baccon nominato, per l’occasione, comandante dell’intero battaglione Belluno, decide di scendere comunque in Val Travenanzes, ignaro che i Kaiserjäger, ritirandosi, hanno formato un nuovo sbarramento tra la parete occidentale della Tofana e Cima Falzarego, tendendo così agli attaccanti un’insidiosa trappola. Poco prima dell’alba del 30 luglio il colonnello Baccon dà quindi ordine di avanzare, ed anche il sottotenente Bossiner scende coi suoi, di corsa, fra i massi ed i dirupi, ma ben presto l’offensiva si trasforma in tragedia: sotto il fuoco incrociato delle mitragliatrici i reparti si sfaldano, anche se gli uomini di testa continuano imperterriti la loro corsa. Il capitano Brida, chiamato a render conto dell’accaduto, avrà modo di riferire gli avvenimenti: “[…] Fattosi giorno, ritirarsi od avanzare era diventato impossibile e l’aggiramento del nemico andava, man mano stringendosi, puntando sulla nostra destra per riunirsi con reparti appostati sulle pendici rocciose della Tofana I. S’imponeva, in un ultimo sforzo, l’ultima resistenza per impedire, cioè, che il cerchio fosse completato intorno a noi. [...] La difesa, infatti, in queste condizioni, fu mantenuta all’estremo. Però il nemico, pratico ed esperto del terreno e delle sue insidie, era egualmente riuscito ad estendersi alle spalle e completare l’accerchiamento [...] finché ebbe ragione anche degli ufficiali, già tenuti inchiodati da scariche incrociantesi da diverse opposte parti.
In quella disgraziata azione Giuseppe Bossiner viene ferito ad un occhio e cade in mano agli austriaci. "[...] Con pochi superstiti – racconterà il suo amico Bellati - cercai di scendere verso il fondo valle dove sorgevano alcuni massi: arrivatovi trovai il sottotenente Bossiner leggermente ferito con 5 o 6 soldati pure feriti; diedi subito disposizioni per fortificare la posizione, ma non erano trascorsi 15 minuti che gli austriaci, usciti dai due sbocchi della trincea, ci piombarono addosso. Erano circa le 5,30 del mattino."
Per lo spirito di sacrificio, - scrive ancora il capitano Brida - viepiù addimostrato nella irruzione lungo il ghiaione, rovente zona di fuoco, e nella difesa estrema dell’onore del reparto, si segnalarono il sergente Chierzi che fu di costante esempio, durante tutta l’avanzata e che cadde sul campo, i subalterni S. Tenenenti Bellati sig. Valerio, Bossiner sig. Giovanni, Morasso sig. Mario, sempre in testa ai loro uomini e freddi organizzatori della difesa estrema del reparto nell’ultima fase della lotta. [...] Mi onoro perciò di proporre i suddetti ad una ricompensa al valore.
Per Giuseppe Bossiner corrisponderà ad una Medaglia d'Argento. Avviato lungo la Val Badia, diretto al campo di prigionia di Mauthausen in Austria presso Linz[2], Bossiner manda a memoria quanto vede strada facendo, ed a guerra finita, quando gli sarà chiesto di stendere un resoconto[3] delle sue esperienze, racconterà che: “[...] siamo stati condotti da un ufficiale a Forcella Fanis e lì ci riferiscono che due ufficiali sono morti con 80 soldati. Prigionieri 120 soldati tra cui 50 feriti con 6 ufficiali [...] Parecchie strade sono in costruzione. Vi lavorano prigionieri russi. Sono di fisico robusto ma puzzano come bestie tanto sono sporchi. Nelle nostre retrovie le comunicazioni sono molto migliori. Tutti i loro trasporti si compiono ancora a mezzo di carrette. Noi invece adoperiamo tutte automobili. Queste devono difettare agli austriaci.
E ancora, parlando di se stesso, scriverà: “Al momento della cattura il sottoscritto era ferito da una scheggia di palla all’occhio sinistro, ferita che lo privò per parecchie ore quasi completamente della vista. Il trattamento avuto dal nemico appena catturato fu abbastanza buono. Non venimmo ne interrogati ne perquisiti. Inviati subito a Forcella Fanis [...] trovai colà un medico che mi visitò e che dopo avermi fatto le cure del caso mi assicurò che non avrei perso l’occhio[4]. Man mano che ci allontanavamo dalla fronte avemmo sempre a soffrire un trattamento peggiore. Così a Franzenfeste avendoci il tenente che ci accompagnava offerto di comprare delle limonate, intervenne il capitano comandante la stazione dichiarando che per gli ufficiali italiani non c’era che acqua. Durante tutto il viaggio patimmo la fame essendo il vitto che ci veniva dato pessimo ed insufficiente. Non volendo io separarmi dai miei compagni feci domanda di non venissi inviato in un ospedale il che mi fu concesso. Arrivato a Mauthausen potei così farmi curare dai medici italiani.
In quel campo di prigionia, il trattamento riservato agli ospiti non è certo tra i migliori: “[...] In Austria s’è persa l’usanza di mangiare a mezzogiorno. Il pranzo ci viene servito alle 6. Consiste in mezza gavetta d’acqua con due o tre chicchi di orzo, ciò non ostante, tutto si riduce nell’aspettativa della mensa. Si vegeta, non si vive e si rimbambisce [...]”.
Ma c’è di peggio, e Giuseppe lo può constatare di persona: “Dei campi di concentramento da me visitati quello di Mauthausen è il solo che sia un po’ decente ed offra del confort. Nel II° Lager di Sigmundsherberg gli ufficiali subalterni sono obbligati a vivere in sei per stanza il che serve a rendere più penosa la prigionia. Il campo di Hajmáskér in Ungheria [...] è sprovvisto di ogni cosa più necessaria, ed è stato costruito senza le più elementari regole d’igiene. E’ munito di latrine da campo e queste si trovano a soli tre metri dalle baracche. Queste poi sono delle vere stalle e si possono paragonare a dei boks per cavalli. Solo dopo 10 mesi di continue proteste, il governo austriaco si decise a far chiudere le stanze degli ufficiali. Il trattamento materiale è cattivo, tanto che gli ufficiali sono costretti a farsi arrivare ogni cosa dall’Italia.
E ancora: “Nel campo di Hajmáskér il generale Gruber pretendeva che gli ufficiali si trovassero quella estate in camera alle ore 22. Il detto generale ostacolava poi ogni nostra iniziativa atta a migliorare la nostra condizione. Ci proibì persino che noi potessimo fare della beneficienza ai soldati rimasti e ai degenti all’ospedale”.
Finalmente, grazie ad uno scambio di prigionieri ed essendo sospetto di tubercolosi, il 4 ottobre del 1917 il sottotenente Giuseppe Bosiner rientra in Italia e viene ricoverato in un albergo di Genova Nervi adibito a sanatorio. Dieci giorni più tardi, come da regolamento, viene quindi sottoposto ad interrogatorio da parte della commissione incaricata di ricevere relazione sui fatti accaduti ai prigionieri. Dimesso dopo qualche tempo dall’ospedale, ormai alla finire del conflitto, incontra la torinese Lidia Pozone, una vedova di guerra della quale subito s’innamora. Decide quindi di metter su famiglia e poco tempo più tardi pensa di trasferirsi a Roma per dedicarsi all’attività edilizia. Torna in Veneto, a Feltre, a metà aprile del 1923 nella triste ricorrenza del funerale del suo caro amico Valerio Bellati, rientrato anch’egli dalla prigionia per passare da un ospedale all’altro cercando di guarire da una ferita che si è procurato nel tentativo di fuggire dal campo di Mauthausen. Valerio è morto a Roma e durante il ricovero Giuseppe ha cercato di fargli coraggio andandolo a trovare e sostenendolo col suo affetto.

Giuseppe Bossiner

La vita comunque continua e la famiglia Bossiner è presto allietata dalla nascita della piccola Letizia che vede la luce l’8 agosto del 1928 seguita più tardi dal fratellino Vittorio. Giuseppe intanto continua la sua attività lavorativa, non trascurando comunque di coltivare la grande passione per lo sport, frequentando sovente i campi da tennis, non dimenticandosi tuttavia d’essere un “Vecio Alpin”. Ogni anno partecipa alle adunate nazionali e appena possibile, si fa accompagnare anche dalla figlioletta Letizia, che a soli 8 anni può così assistere alla sfilata di Napoli. In quelle occasioni c’é la possibilità di incontrare i compagni d’arme e rispolverare con loro i vecchi ricordi. A Roma, nel 1934, Giuseppe Bossiner assume la carica di presidente della Società anonima cooperativa edilizia “L’Azzurra”, avendo così modo di incontrare, e quindi collaborare, col trentacinquenne, emergente, architetto Luigi Piccinato[5], anch’egli di origini venete. A lui affida il progetto della sua nuova casa che sarà realizzata in viale di Porta Ardeatina nel 1943, ispirata addirittura alle esperienze del celebre Le Corbusier. Giuseppe non ha però modo di godere per molto della sua nuova, innovativa residenza perché all’età di 51 anni, nell’agosto del 1946, viene colpito improvvisamente da un’emorragia cerebrale che in poche ore lo porta alla morte. La famiglia decide di restituirlo alla sua terra d’origine e l’8 agosto Giuseppe viene così sepolto al cimitero di Belluno. Al funerale partecipano anche i “vecchi alpini” e tra loro non manca Angelo Schiocchet, “El dialo de le Tofane” com’era stato soprannominato durante la guerra, anche lui catturato su quegli infami ghiaioni della Val Travenanzes, in quella fatidica domenica del 30 luglio di trent’anni prima, anche lui internato in un campo di prigionia a condividere la fame, i pidocchi e la tristezza, lo stesso magone che lo coglie ora nel vedere l’amico Giuseppe, nel fiore degli anni, raggiungere il “Paradiso di Cantore”.

(Particolari ringraziamenti vanno alla gentilissima signora Letizia Bossiner Adilardi, primogenita di Giuseppe Bossiner, ed alle sue figlie Francesca e Paola per la cordiale disponibilità, le preziose informazioni e la fotografia che ci hanno permesso di ricostruire la storia di questa nobile vita.)

NOTE
[1] Tra il sette e l’ottocento a Belluno si stanziarono diverse famiglie pusteresi tra le quali i Waschinger divenuti, per storpiatura del cognome, Bossiner.
[2] Il campo sorgeva probabilmente dove venne poi edificato, in pietra, il famoso e sciagurato lager nazista.
[3] Relazione rilasciata a Genova Nervi il 15 ottobre 1917 alla Commissione per l’interrogatorio dei prigionieri restituiti dal nemico (IX scambio, del 4 ottobre 1917). Stralcio deposizione orale del S.ten Bossiner Sig. Giuseppe – 7° Alpini Batt. Belluno 79ª Comp. A Genova Nervi alcuni grandi alberghi erano stati destinati al ricovero provvisorio di prigionieri restituiti dall’Austria perché affetti da tubercolosi.
[4] Nei suoi ricordi di guerra, in famiglia, racconterà di essersi tamponato l’occhio con la neve e, forse, questo suo gesto istintivo gli aveva permesso di salvare il cristallino.
[5] Luigi Piccinato (Legnago, 30 ottobre 1899 – Roma, 29 luglio 1983) diverrà un noto architetto ed urbanista.