Nazione Braschi Giovanni

Grado Tenente

Mostrina  81° Brigata Torino

Ritratto

Nato il 27 febbraio 1891 a Mercato Saraceno (FC)

Morto il 4 gennaio 1959 a Mercato Saraceno (FC)

Note biografiche (Archivio Danilo Morell)

Giovanni nasce a Mercato Saraceno il 27 febbraio 1891. Persegue gli studi fino ad entrare nella facoltà di giurisprudenza dell’Università di Bologna. Con lo scoppio della prima guerra mondiale interrompe gli studi e parte per il fronte quale sottotenente nell’ 81° reggimento fanteria, brigata Torino. La brigata partita da Roma raggiunge il fronte del Col di Lana ed il 15 giugno punta verso il castello di Buchenstein e Andraz. In luglio prende posizione lungo la cortina Sief-Setsass e si consolida. Il 10 ottobre 1915 Giovanni scrive al fratello Riccardo: “... vuoi che ti parli di guerra? Sai cos’é la guerra? Credi che la guerra sia un intreccio di schioppettate e di baionettate? Così hanno creduto tutti i volontari e qui sta la causa di intempestivi pentimenti. Quello che voi dite guerra è l'atto meno penoso, più poetico, più soddisfacente della guerra: è la Battaglia, la corona, desiderata come il pane, per mesi interi. Guerra sono i disagi che preparano la battaglia; le notti insonni, le veglie su massi ghiacciati e duri; le piogge che bagnano le ossa senza che ci si possa cambiare; il vento pieno di ghiaccioli che taglia la faccia; le marce clandestine, notturne, in cui ad ogni sasso, ad ogni sterpo, si lascia un brandello di noi; le lunghe, pazienti attese sotto le buche improvvisate, goccianti acqua e umidità, i piedi ghiacciati che gelano; i viveri che non arrivano; guerra è subire il fuoco, la pioggia nemica di granate e non potersi difendere e dover star fermi e mordersi di rabbia per non poter arrivare al fianco di chi ci è nemico e che non conosciamo ... Guerra è ... (non ho più spazio in questa cartolina). A conclusione, sappi che quanto ti ho detto non è ancora la guerra, anche se vi aggiungi il cadavere dell'amico fatto a pezzi vicino a te, ricoveri saltati in aria e gente orrendamente e orribilmente macellata”.
Il 17 ottobre 1915 si prepara l’azione offensiva per la conquista di Valparola – Sass de Stria - Setsass – Monte Sief. Nell’imminenza dell’azione Giovanni scrive:
Ore 20 - 17 ottobre 1915 - Ill.mo Sig. Prevosto, ho radunato il mio plotone ed abbiamo ricevuto in massa l'assoluzione dopo aver recitato in coro l'atto di contrizione. Fra mezz'ora parto per un'azione delicata a me affidata: darò la scalata ad una roccia con corde, arriverò alla sentinella, m'impadronirò della località. Riuscirò? Ne ho piena fiducia, perché spero nel Signore. Non mi nascondo la difficoltà enorme, la probabilità di restarvi. Mi sono offerto, per salvare la compagnia, il Reggimento. Quel che avverrà nella notte, lo sa il Signore, che ho tanto pregato. Se io morrò, a Lei l'incarico pietoso di consolare la mia mamma, il mio babbo, la mia Maria, il mio nonno, la mia nonna, il mio Riccardo, il mio Augusto. Li ho tutti qui, nelle occhiaie, incisi per l'ultimo bacio. Lei comunichi agli amici: i miei amici, lo giuro, e mai ho fatto giuramento più sacro, il maggior motivo per cui piango la vita giovane, è quello di non poter essere con voi a fare del gran bene, domani, a riorganizzare le nostre file, a mettere un soffio di vita cristiana nella società che si rinnoverà, domani".
L’azione era stata prevista per la notte fra il 17 ed il 18 ottobre. La pattuglia di Mario Fusetti doveva attaccare il Sass de Stria, con in rincalzo la compagnia comandata da Giovanni mentre la 7ª compagnia proveniente dal Passo Falzarego doveva puntare verso il Passo di Valparola e la 10ª compagnia doveva spingersi sulla selletta sud del Sass de Stria. La compagnia di Mario Fusetti raggiunge la cosiddetta “selletta erbosa” verso le due del mattino. La poca praticità dei membri della pattuglia con l’ambiente montano ritarda il procedere dei soldati che si trovano in coda. Fusetti da l’assalto scalando la vetta del Sasso di Stria. Vi giunse verso le 4 del mattino e la trovò deserta. Solo alle prime luci dell’alba si presentarono gli austro-ungarici provenienti da Valparola. Si scatenò una lotta furibonda sulla vetta e la pattuglia di Fusetti rimase completamente isolata. Solo alle ore 11 la compagnia comandata da Giovanni si lancia all’ assalto ma ormai gli austro-ungarici li aspettavano al varco. Giovanni venne fatto prigioniero con una ventina dei suoi uomini. Mario Fusetti cadde insieme a tanti altri ed i superstiti della pattuglia Fusetti resistettero sino alle ore 16 quando, finite le munizioni, dovettero arrendersi. Il 22 ottobre 1915 così scrive Giovanni ormai prigioniero a Bolzano:
"Ho sempre incisa dinanzi a me quella tremenda giornata del 18 ottobre. La vigilia erano tutti pronti e raccolti, quei bravi figlioli, all'Ave Maria, nel bosco: io avevo scritto l'ultimo saluto a casa, agli amici, recitata l'ultima preghiera, presa la browning, ed ero corso fra loro. Tutti pronti: gli elmi francesi luccicavano in testa; sotto la visiera breve luccicavano gli occhi, sicuri. Pronte le corde, le scarpe di pezza e la cioccolata in tasca e la galletta per domani e il caffè per la notte. 'Pronti?'. 'Non manca nessuno?' . 'Nessuno manchi, figlioli. Vedete la vetta? Domattina saremo lassù quella si chiamerà la vetta del secondo plotone. Che nessuno cada, che l'altro non l'aiuti; che nessuno manchi, che l'altro non lo sproni. O Sasso di Stria, o la morte: via di mezzo non c'è. ... Che ognuno pensi un pochino alla morte, la guardi in viso per non temerla; poi, vedete? che è la morte vista con la fede?'. Don Lardone ci dà la benedizione commosso e filiamo nella macchia: io in testa, tutti gli altri dietro, in fila indiana, con silenzio di tomba. Con me è Fusetti che mi parla di domani: domani lui ed io padroni di Sasso di Stria! I soldati sentono il nostro entusiasmo, si amano come noi ci amiamo; come noi li amiamo. Dietro noi vengono gli altri plotoni; il caro Addario, che seguirà, se non arriveremo, e altri due giovani, arrivati oggi e già pieni d'entusiasmo. Si procede franchi come s'andasse a casa di nostra madre e andiamo per strade che nessuno percorse o percorrerà mai, che non sappiamo neppure di poter percorrere. Mario ed io precediamo: si sente un rumore, si vede una luce. 'Alt!' e tutti scompaiono tra le felci, dietro le rocce e noi si va avanti, si sonda, ci si consiglia, si discute: la decisione è sempre comune. Siamo al limitare del bosco: dietro a Col di Lana si proietta uno scialbore di luna che ne guiderà i passi: Fusetti andrà con la pattuglia, monterà su, sonderà e, se si potrà andare, mi avvertirà: con un suono, un lume, un uomo. Mi dice: 'Resta con i tuoi, al limitare'. L'accompagno un po': 'Ci vedremo sul Sasso di Stria'. Mario con i suoi è scomparso nel buio; lontano si ode il rumore dei ciottoli. Sulla vetta, pare si veda un lumicino austriaco. Un raggio luminoso fende l'oscurità, sopra Valparola: seguono poche schioppettate. Siamo ai piedi delta rupe cui dobbiamo dare la scalata. Fischiano i sassi, mossi da chi precede; le corde malsicure sono allungate da qualcuno dei miei. Saliamo. Di Fusetti non si sa nulla, non so neppure se posso, se debbo salire: attendere può essere fatale. Ci arrampichiamo con le mani, coi piedi, con le unghie, coi denti nelle corde. 'Su, presto! che non ci veda il sole, appesi. All'alba, Sasso di Stria deve essere sotto i nostri piedi'.
C'è qualcuno che scende. 'Chi va là?'. 'Io, Signor tenente. Lassù non si sale, c'è un masso che non si scavalca'. 'E Fusetti? Dov'è Fusetti?'. 'E' avanti, s'è smarrito, non lo trovano'. 'Avanti, avanti, vigliacchi! Bisogna salire'. Il filo viene a mancare, altri retrocedono: dalla vetta rotolano sassi; dalla Selletta e da Valparola sbocciano sinistri razzi luminosi:' Avanti!'. Uno schianto, un sasso più grosso rotola, poi una sassaiola in piena regola 'giù, nella insenatura', chi ha scalfitto alla testa, chi ha rotte le mani. Attendiamo che passi la furia, mentre i sassi mi sfiorano l'elmo che mi salva la testa. Compare, dall'alto, un'ombra nera. Italiano? Austriaco? Chi sa? 'Chi va là?'. Nulla. Piovono i sassi: li gettano gli austriaci? 'Non si torna indietro: Aloisio, tu sempre bravo e tu caro Montanari, tutti e due volontari, su, trovate il collegamento!'. Vanno contro i sassi, io seguo. Che pesantezza nel salire! Ma è tardi; non si arriverà a salire prima del giorno. E qui, appesi come le capre, non si può stare domani. Su per l'erta, qualche ferito si lamenta; la fila dei miei è spezzata per gente che non sa arrampicarsi. Bisogna sgombrare la zavorra e poi salire con pochi, con i validi, con i pronti a tutto. Mi metto ad essi in testa e: 'Avanti, sul Sasso!'. Di Fusetti non si sa nulla; guardo col binocolo: non si vede nulla; ascolto: nulla, nulla. Telefono: 'Signor Colonnello, mando due squadre sul Sasso; io dò l'assalto alla Selletta, con la compagnia'. 'E Fusetti?'. 'Non si sa nulla, doveva segnalare; non si sa nulla, vari dei suoi tornano esterrefatti: temo sia sulla rupe'. 'Alla Selletta andrà un altro, lei salga il Sasso'. 'Salgo'. 'Pierotti, vieni?'. 'Eccomi'. Tutti dietro a me, ad ogni costo: arrampicarci o sfracassarci rotolando. La rupe è impervia; una traccia di sangue a chiazze, dice dove altri si trascinò. Andar su ad ogni costo. Da tutte le parti la nostra artiglieria getta lo spavento; vediamo, salendo, le posizioni del Col di Lana, di Sett Sass, di Monte Sief, il Falzarego, sotto una pioggia infernale dei nostri pezzi di tutti i calibri. Vediamo la Selletta, prima tanto alta, ora sotto di noi; vediamo nelle trincee qualche austriaco che potrebbe freddarci e che non ci tocca. 'Avanti! Avanti! perchè non vengono gli altri?'. 'Ma Signor Tenente, non si può montare, i sassi cadono!'. 'Da bravi! Qua, De Angelis che fai il muratore, che sai salire sui tetti! Passa, tenderai la corda e verremo anche noi!'. E così De Angelis tirava su i fucili, poi tendeva la corda e salivamo anche noi. Quante volte ci vedemmo sospesi a un sasso, che tremava alla nostra stretta, mentre sotto era un abisso profondo, terrificante. 'E i nostri? Che fanno? Si odono fucilate sulla rupe: ci hanno visto?'. 'Niente paura: Avanti!'. 'Signor Tenente, ma Fusetti, sarà morto, forse? o lo troveremo annidato sulla rupe, senza che possa salire?'. 'Avanti, un minuto perduto può essere fatale. Non guardate in basso: in alto. Chi guarda il fondo è attirato dal fondo, chi guarda la cima, andrà alla cima!'. 'Signor Tenente io sento molto coraggio salendo con Lei; sento che i miei bambini pregano per noi'. 'Bravo Pierotti! il più fido dei graduati. I tuoi bambini pregano, forza Pierotti, aiutaci'. Resta l'ultimo sasso: De Angelis tende la corda e noi saliamo tutti: non ce n'è uno che non abbia rovinate le mani, rotte le vesti, gettato la coperta e la mantella: hanno però tutti il fucile, le cartucce, le bombe. Lungo la rupe non si può vedere se siamo seguiti: nel bosco brulicano soldati nuovi; l'artiglieria nostra terrorizza le posizioni che ci circondano. Troviamo un pianoro di pochi metri quadrati, carico di neve: ci dissetiamo, ci riposiamo pochi minuti, rallentando la grande tensione dei nervi, poi, andiamo: tutti dietro a me, verso la cima più alta. La neve è intatta: non sono saliti i nostri, o hanno preso altra strada o sono rotolati nell'abisso, la notte? Svoltiamo sotto un sasso a picco e troviamo una sagoma! I soldati dipinti che ci facevano rabbia quando eravamo in trincea. A destra, una baracca cui mettono tanti fili. Deve essere l'osservatorio d'artiglieria. 'Marianelli, c'è nessuno, dentro?'. 'Nessuno'. 'Pietrolati, taglia tutti i fili. Non sono passati i nostri, i fili sono rimasti intatti'. 'Oh! Signor Tenente, una sentinella! E' a trecento metri, nel frastaglio della roccia'. 'E' un italiano? Uno dei nostri, di questa notte? Ci volta le spalle e non si discerne'. Cauti, strisciamoci più su a dominare, sporgiamo il capo da un poggetto: c'è un piccolo posto con uomini al coperto: qualcuno mira attorno. Pare abbiano l'elmo in capo, quasi l'elmo nostro. 'Sono i nostri!'. Per poco non gridiamo, per poco non corriamo loro incontro. Ci aprono sopra il fuoco. 'Giù, a terra. Ci hanno preso per austriaci! No, sono essi, gli austriaci!'. 'Fuoco, fuoco!' e tutti si spara, quasi con voluttà, dopo tanto che si cercava il bersaglio. 'Attenti allo sbocco! lancia una bomba! ... coraggio, finchè si hanno munizioni'. 'Ahi! Signor Tenente' De Angelis è ferito. 'Da bravo, non è nulla... coraggio fasciati la ferita'. Siamo tutti inchiodati al terreno e non si può muovere un gomito che non si offra bersaglio al nemico. 'Qualcuno guardi a destra; che non ci accerchino'.'Ahi ... Ahi'. Povero Pierotti, il più fido dei graduati, quello che tirava più giusto. Colpito alla fronte, si riversa con il fucile ancora nella sinistra; con la destra ancora tremante per lo scatto. Pochi contorcimenti per l'angoscia della morte improvvisa e violenta, e non si muove più: gli austriaci lo discernono, buon bersaglio sulla neve, e gli sparano ancora addosso. Io prendo il suo fucile: c'è ancora, dentro, il bossolo dell'ultima cartuccia sparata; gli prendo le cartucce e sparo io. Povero Pierotti, caduto a due passi dal mio fianco. Povero Pierotti che mi aveva raccomandato prudenza, tante volte, salendo, sperando: 'I tuoi bambini hanno pregato per noi... ' e non potrebbero aver pregato? E come può giudicarsi da noi, la vita, la morte, nella breve cerchia in cui ci agitiamo? Le palle fischiano da ogni parte, ci passano sul dorso, ci lambiscono la testa mal appostata nella neve. Più lontano da me, altri cascano. De Angelis si lamenta della sua ferita e, macchiando di sangue la neve, si trascina per trovare il posto per curarsi. 'Fermo, fermo - gli grido -, ti scopri, ti ammazzano!'. 'Ahi, ahi, un altro colpo!'. Si spara tutti come indemoniati. Essi sbucano da tutte le parti, cl avvinghiano, ci serrano; ci hanno visto in così pochi ed ora ci aggirano. Io non ricordo più nulla. Andavo svuotando il tascapane di Pierotti, pieno di cartucce, incoraggiavo tutti i miei, ad uno ad uno. 'Ci sono sopra, Signor Tenente!'. 'Ahi... io muoio... ' grida De Angelis. Ci sono sopra alle spalle, ovunque. 'Io muoio... '. 'Ma moriamo tutti, figlioli!'. Ho uno scatto di disperazione: 'Fuggire'. Ma dove? Alle spalle c'è la rupe a picco, da tutte le altre parti ci son loro: i cani. Getto la mia pistola perchè non vada nelle loro mani. Sono morti Pinci e Aloisio. E siamo morti anche noi che siamo sopraffatti da ogni parte. Siamo morti anche noi. Sono le 14,30.
"
Così scrive il 26 ottobre 1915:
Valeva proprio la pena di fare la guerra? Ho, fra un sogno e l'altro, pensato stanotte. Che c'è nelle viscere delta nostra razza, nelle cellule di noi, omiciattoli, di breve durata, fragili come il vaso di creta in cui ci laviamo, che c'è che le avventa velenosamente le une contro le altre? Signore, ma è questa la 'militia hominis super terram'? e non è questo, piuttosto un momento di pazzia, di regno dell'odio? Io amo tutti; dall'austriaco, a noi lupo, all'italiano, a noi consanguineo: tutti sento fratelli, senza il confine, causa di divisione, senza razze, nostro passato doloroso, tutti cristianamente fratelli, abbracciati in una famiglia. Che visi dalle finestre qui davanti! Crani fasciati, bendati, camiciotti bianchi, facce incadaverite, occhi vitrei. Sono gli avanzi delle battaglie, è la società nostra che si ammazza, che si stermina, che aumenta le sue miserie. Mando le sigarette e le cartoline ai miei soldati; mi rispondono commossi. Giorni mi dà la nota completa. Nel cortile, con Portilatti, vado a prendere aria. Un soldato austriaco al nostro passaggio si leva e fa un rispettoso saluto: lo imitano altri. Dunque, anche il prigioniero si rispetta ancora? Io mi commuovo nell'abbiezione in cui mi considero e vorrei baciare quel soldato, quei soldati che domani partiranno a trucidare i miei soldati, i miei fratelli. Vorrei in tutti accendere una santa rivolta, la santa rivolta dell'umanità che non vuol spegnersi, che vuol amarsi, che vuol vivere. Non armi, non frontiere, non razze: una razza: l'uomo, tutti figli di Dio, che a l'uomo ha dato frontiere il limite della terra; armi: l'intelligenza e l'amore. Penso a casa mia. Anch'io esule, anch'io lontano, con l'anima spezzata, con l'angoscia di tanti ricordi cari, con la tortura di tanti pensieri, di tanti desideri, io vi ripenso tutti, in quest'ora stanca, nostalgica e vorrei esser con vol a dividere tutte le vostre pene”.

Il 29 ottobre 1915 raggiunge il campo di concentramento di Mauthausen:
Arriviamo alle cinque, zaino in spalla e march. Giungiamo subito, chè il baraccamento non è lungi dalla stazione di Mauthausen. Si entra in due diverse baracche: sono occupate, allora andiamo all'ospedale. La prima impressione è triste, triste soprattutto per la narrazione che ce ne fa un soldato. Viveri scarsi, molte malattie, (800 serbi morti di tifo!), cibo insufficiente. Pane fatto con paglia, fieno, finocchio: tutto, fuorchè frumento”.
Ed ancora il 5 novembre 1915: “... Di malati ci sono piene intere baracche: smunti, scarni, deperiti, in balia di se stessi e del loro male: non un cane di dottore austriaco che li guarda; i nostri con tutta la buona volontà non ne hanno il tempo. E i medicinali? L'Austria non vuol saperne di dar medicinali. Sono passati i miei soldati, li ho visti, mi hanno fatto una festa di saluti e di sorrisi. Poverini, sono trattati così male! II dottore diceva stamane che se dura cosi, c'è il pericolo di una malattia contagiosa che ci porti tutti all'altro mondo. Un malato di tifo, l'hanno trovato a letto legato, coi ferri: è stato il capitano medico austriaco! Barbaro! Barbaro! Barbaro! I soldati hanno anche freddo. Hanno sequestrate a tutti i soldati il farsetto a maglia, col pretesto di sterilizzarli, poi non glieli hanno dati più: si assicura che è prossima una spedizione di tali farsetti ai loro soldati al fronte. Sarebbe il colmo: staremo a vedere! Stamane è venuto il Capitano di fregata Bianchi, comandante italiano di tutti i prigionieri; è stato molto affabile, ma ha dichiarato di non poter fare proprio nulla per migliorare la nostra condizione e quella dei nostri soldati. Son venute due commissioni; quella della Croce Rossa e quella della Stampa neutra. La prima passò di corsa; non la si lasciò parlare con nessuno e la condussero dove vollero e finì con un bel pranzo. La seconda pure, passò di corsa, prese qualche appunto e fuggì di corsa, non dimenticando però neppure essa, un pranzo succulento offerto dalle autorità austriache di cui naturalmente non potranno, per gratitudine, dir male. Si è parlato di Gorizia presa. Sara vero? Stanno per arrivare circa altri mille prigionieri con una ventina di ufficiali. Vedremo, sentiremo!”.

Rimpatriato alla fine della guerra si laurea in giurisprudenza all’Università di Bologna presentando la tesi sul concetto di “pace perpetua” in Kant e Rousseau. Fu con Achille Grandi e Giovanni Gronchi tra i dirigenti della “Confederazione italiana dei lavoratori". Quando il fascismo instaurò il regime cessò l’attività sindacale e si ritirò a Forlì dove fu anche segretario provinciale del neonato partito popolare. Dopo la caduta di Mussolini si schierò subito con le forze democratiche e fu arrestato il 2 dicembre 1943. Uscito dal carcere si trasferì nel nord Italia dove partecipò alla lotta antifascista nelle formazioni della neonata democrazia cristiana.
A Forlì fu eletto consigliere comunale per la DC e dal 6 febbraio al 31 maggio 1947; è stato sottosegretario alle Finanze e Tesoro con delega per i danni di guerra nel terzo governo De Gasperi. Alle prime elezioni politiche del 1948 si presentò al Senato dove fu subito eletto e rimase senatore a vita. Ricoprì le cariche di Ministro delle Poste e Telecomunicazioni nel primo Governo Segni.
Giovanni si spense il 4 gennaio 1959.