Nazione Carugati Serafino (Gino)

Grado Sottotenente

Mostrina  7° Alpini, battaglione Belluno

Ritratto

Nato il 21 novembre 1885 a Milano

Morto il 13 settembre 1956 a Mandello del Lario (CO)

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Serafino Carugati, detto Gino, nasce a Milano il 21 novembre del 1885 da Egidio e Adelina Meroni.
Vivace e intraprendente, consegue con successo la maturità classica nella sua città natale, coltivando fin da ragazzo un forte interesse per la buona musica e ancor più per l’alpinismo che, a cavallo del ‘900, ha ancora il sapore della scoperta. Nei periodi di villeggiatura trascorsi con la famiglia sulla sponda orientale del Lago di Como, attratto dal fascino dell’avventura, Gino si dà all’esplorazione delle montagne lariane azzardando le prime arrampicate sulle pareti della Grignetta. Vagando da quelle parti s’imbatte talvolta in comitive di giovani che, come lui, assaporano la gioia di camminare alla ricerca di luoghi ancora inviolati, capaci di trasmettere sensazioni di conquista e libertà. Succede così che nell’estate del 1906, salendo verso il Buco di Grigna, Gino si affianchi ad una comitiva di ragazzi e ragazze, milanesi come lui, con cui non tarda a fare amicizia. Tra loro ci sono anche le sorelle Guzzi, Maria[1] sua coetanea e Fanny, una signorina di dieci anni. Con Maria è amore a prima vista e a distanza di un solo anno i due giovani, entrambi ventiduenni, decidono di sposarsi.
Condividendo numerosi interessi e primo tra questi la passione per la montagna, i novelli sposi si recano in viaggio di nozze al Pian delle Fugazze[2], ai piedi del Pasubio, dove casualmente conoscono un giovane medico appena laureato, mandato ad assistere, durante la stagione estiva, i numerosi villeggianti che frequentano quella stazione turistica. Il suo nome è Antonio Berti, un venticinquenne appassionato alpinista che ha già fatto esperienza in roccia scalando alcune cime nella Valle d’Ampezzo. I tre nuovi amici decidono ben presto di tentare un’impresa che suggelli il loro incontro e studiano la possibilità di dare la scalata al Baffelàn, sulle Piccole Dolomiti vicentine, salendo dal versante orientale. L’impresa ha successo e la via Berti-Carugati è il primo itinerario aperto sulla quella parete.
Al terzetto di amici si unisce da lì a poco anche il giovane pittore Luigi Tarra, egli stesso grande appassionato di montagna, col quale Carugati e Berti condivideranno in seguito il piacere di conquistare numerose cime sulle Dolomiti della Val Talagona, a sud di Domegge di Cadore, sui gruppi del Duranno, del Tudaio e del Popera. Il 21 gennaio dello stesso anno 1907, i due giovani sposi, assieme a Joseph e Laurent Petigax[3], compiono la “prima invernale” della Cima Nord (m 3536) delle Aiguilles Marbrées[4] salendo per il versante Nord-Est, scendendo poi per il Col de Rochefort percorrendone la Cresta Est. La reciproca stima con Antonio Berti è ormai consolidata e i due amici, nel 1908, entrano a far parte del Club Alpino Accademico Italiano, il sodalizio fondato a Torino nel 1904. Nello stesso periodo i coniugi Carugati si trasferiscono a Vicenza dove Berti li introduce nella buona società cittadina. Tra altri, anche Antonio Fogazzaro[5], l’autore di “Piccolo Mondo Antico”, vuole conoscere i due giovani sposi e ascolta personalmente il resoconto delle loro imprese. A Montegalda, sulle rive del Bacchiglione tra Vicenza e Padova, Gino e Maria vengono ospitati a Villa Roi e lo scrittore presta attenzione al racconto degli entusiasti artefici dell’impresa sul Baffelàn. Li sfida quindi ad intraprendere un’altra avventura: «Beh, insomma. – dice loro - Perché poi andare così lontano, quando proprio alle vostre spalle ci sono questi colli così ridenti, e Dio benedica questa terra per il delizioso vino che ci dona. Ma ridenti e paciosi solo all’apparenza. A guardare bene, miei cari, ci sono asprezze e verticalità di non poco conto, e quel Pendice[6] presenta a levante una lavagna sicuramente insuperabile».
I giovani alpinisti, accompagnati per l’occasione da un quarto compare, uno studente di nome Mariano Rossi, raccolgono la sfida e il 7 marzo del 1909, di buon mattino, si ritrovano ad arrancare tra i rovi alla base di una parete di roccia che si presenta più difficoltosa di quanto potessero immaginare. Il primo tentativo addirittura fallisce e quei “quattro matti” devono essere aiutati e rifocillati da un vecchio contadino che abita tra i ruderi del vecchio castello di vetta. Il giorno seguente però, dopo aver studiato un po’ meglio la via da seguire, anche la parete del Rocca Pendice viene domata.
Targa
Non ancora del tutto paghi della loro recente impresa, i tre amici affrontano, nell’estate dello stesso anno, un’altra avventura, questa volta sul gruppo dello Schiara; “La S’ciàra de oro” la chiamano i valligiani e davvero, quella magnifica Dolomite alle spalle di Belluno, nelle prime ore del giorno, sembra rivestita dal prezioso metallo. Escluso qualche cacciatore di camosci, le sue cime frastagliate, tra le quali spicca l’obelisco della Gusela del Vescovà, sono state visitate solo da alcuni pionieri dell’alpinismo, ora tocca a loro! Il 30 giugno Gino, Maria e Antonio risalgono la Valle dell’Ardo e in località Mariano attraversano il torrente; scarpinano poi per due ore su ripidi pendii boscosi fino a raggiungere il Pis Pilòn. Lì, finalmente, il loro sguardo può abbracciare in tutta la sua magnificenza l’imponente gruppo dolomitico che si accingono ad esplorare. Risalgono per un tratto il nevaio del Màrmol proseguendo poi in roccia sino alla cima. Discendono quindi ai piedi della Gusela e si affacciano sull’anfiteatro del Van del la S’ciàra, in vista del Pian de i Gat, tornando in fine alla base compiaciuti per la loro nuova conquista.
Il giorno seguente i tre amici vengono raggiunti dal comune amico Luigi Tarra e ancora euforici per l’ultimo successo, organizzano con lui una nuova impresa. Si trasferiscono da Belluno ad Auronzo e il 3 luglio percorrono la Val Giralba pronti, la mattina seguente, ad attaccare una cima ancora inespugnata all’estremo sud del gruppo della Croda dei Toni. Un’altro successo si aggiunge ai molti altri già conseguiti e in onore della loro compagna di scalata, Antonio, Gino e Luigi decidono di battezzare quel picco col nome di Punta Maria.
Tornati a Vicenza, Berti e i coniugi Carugati s’intrattengono ancora col comune amico Fogazzaro che ha così modo di apprezzare, oltre che il racconto delle nuove imprese, anche la competenza e l’interesse di Gino per la buona musica. Lo coinvolge così in un’iniziativa culturale che si traduce nell’istituzione di una Società musicale, il “Quartetto di Vicenza”, in seno al quale nel 1910 Carugati accetta di assumere la carica di Segretario.
Alla fine di luglio Maria e Gino si recano a casa Guzzi a Tonzanico, nei pressi di Mandello sul Lario, dove incontrano il loro vecchio amico Giorgio Ripamonti[7]. Decidono assieme di affrontare una parete delle Grigne ancora inesplorata. A loro si unisce anche Giuseppe, il fratello maggiore di Maria, ma l’impresa, vuoi per il brutto tempo, vuoi per la poca convinzione, si risolve in un’arrampicata di una quarantina di metri dopo la quale i quattro scalatori sono concordi nell’esprimere un unanime giudizio: «Inaccessibile!». Carugati e Ripamonti però non demordono e il 25 settembre attaccano di nuovo la parete: «Un “apicco” di quattrocento metri, relegato a priori nella categoria dell’inaccessibile dalle centinaia di alpinisti che gli erano passati sotto, via, era troppo solleticante!» avrà modo di annotare Gino successivamente.La parete occidentale del Sasso Cavallo (m 1923), l’ostacolo più repulsivo del celebre gruppo calcareo lecchese, è infine domato. «Quando rientrammo in Mandello, sull’annottare, ci sentivamo completamente rimbecilliti: già, l’ho sempre detto, che l’alpinismo eleva lo spirito!» scriverà Carugati nella sua relazione.
Imprenditore e intellettuale, "arguto e cocciuto" come lo definisce l’amico Berti, Gino Carugati, divide il suo tempo tra il lavoro e la montagna. Traduce pubblicazioni in lingua inglese, scrive saggi letterari, poesie e testi musicali. Giungono però i tempi di guerra e Gino ritorna sulle Dolomiti in veste di Ufficiale del 7° Alpini. Anche i vecchi amici d’arrampicata, Tarra, Berti e altri ancora sono della partita e ciascuno a suo modo, oltre al dovere, mette a disposizione della Patria il proprio valore umano e l’esperienza di rocciatore. Il sottotenente Carugati ha seguito il breve corso da Ufficiale e ora, oltre che alla sua, deve badare alla vita dei suoi alpini. Segue le sorti del Battaglione prima sulle Tofane, poi sul tremendo Col di Lana e quindi ancora in Val Costeana alle dirette dipendenze del Comando di Gruppo. Per espugnare la roccaforte del Castelletto gli alpini hanno intrapreso la poderosa impresa di armare una mina che dovrà metter fine, una volta per tutte, alla minaccia che grava su di loro e che impedisce di procedere verso la Val Travenanzes. Per alleggerire la presenza austriaca sulla forcella Col dei Bos, quella che dopo l’esplosione, secondo i piani degli Alti comandi sarà la porta principale attraverso la quale discendere in Val Travenanzes, viene organizzato un attacco diversivo sull’altro versante della Tofana I, quello del Masarè. Oltre la forcella di Fontananegra gli austriaci controllano una linea di difesa ben incuneata tra i numerosi macigni del Masarè, protetta da un posto di guardia strategicamente collocato sulla Nemesis[8], il massiccio torrione appoggiato alla Tofana III.
Il colonnello Tarditi convoca a Vervei i capitani Rossi e Reverberi che, con le compagnie 96ª e 150ª dell’«Antelao», dovranno condurre l’attacco scendendo dalla forcella di Fontananegra; Carugati viene incaricato di coprire la loro azione dall’alto collocando una mitragliatrice sul costone della Tofana III. Allo scopo gli viene affidato il comando di una pattuglia di alpini del battaglione «Pieve di Cadore». L’8 luglio del 1916 diciotto uomini salgono sulla Tofana III e verso le 10 di sera raggiungono la selletta di quota 3093 che è già in mano agli alpini. Proseguono quindi verso la cresta ovest lungo un tratto di ghiacciaio portandosi a quota 2905 dove il crinale punta di colpo sulla Nemesis. Quello è il posto ideale dove organizzare il fuoco di copertura puntando sulle prime retrovie austriache e più sotto, fino all’imbocco della Val Travenanzes. Nel più assoluto silenzio gli alpini cominciano ad allestire la postazione mentre Carugati, colto da un presentimento, procede fino ad affacciarsi sul ciglio del burrone sopra la Nemesis. Ad appena un paio di metri di sotto scorge una tenda e a pochi passi da questa alcuni uomini di guardia. Si ritira quindi con la massima cautela avvertendo i suoi di non far alcun rumore. Alle 2 di mattina ha inizio l’attacco e la mitragliatrice entra in azione sgranando i suoi colpi contro le retroguardie austriache. Con alcuni uomini Carugati si è intanto riportato sul ciglio sopra la guardia austriaca e poco dopo i primi spari, con un balzo, irrompe nella tenda. Al suo interno le candele sono accese e il caffè è ancora caldo, ma dei nemici non è rimasta neppure l’ombra! Alle prime avvisaglie del combattimento gli occupanti si sono precipitosamente dileguati. La squadra di Carugati continua l’azione di copertura anche sotto il tiro dell’artiglieria austriaca che nel frattempo l’ha presa di mira fin quando, dopo ore di accanita lotta, sul Masarè gli alpini dell’«Antelao», vinta l’ultima resistenza nei pressi del “Sasso Cubico”, hanno finalmente il sopravvento sugli avversari. Incolume, la squadra di Carugati si ritira da quella precaria posizione risalendo il costone da cui era venuta; più sotto, sulle pietraie del Masarè, si contano i corpi esanimi di 22 alpini e 170 kaiserjäger; tra quelli giace anche il loro capitano: Emanuel Barborka[9].
I lavori di scavo della di mina destinata a sloggiare gli austriaci dal Castelletto della Tofana sono nel frattempo terminati e gli alpini risalgono la galleria carichi di esplosivo per intasare la camera di scoppio con 35 tonnellate di gelatina. Alle 3.40 dell'11 luglio del 1916 la montagna esplode! Si tratta ora di completare il distruttivo lavoro della mina sloggiando, una volta per tutte, quel che resta degli austriaci dal ciglio del cratere. La mattina successiva il sottotenente Alberto Polin con il suo plotone tenta di risalire l’instabile macereto che, dopo la deflagrazione, è franato lungo il canalone principale, ma deve rinunciare. Carugati giunge verso mezzogiorno e tenta a sua volta la salita, ma inutilmente: lo strato di detriti frana ad ogni passo e le pareti laterali continuano a scaricare i frammenti prodotti dall’esplosione appoggiati in bilico sulle sovrastanti rocce. Qualcun altro[10], dopo che un violento temporale avrà ripulito le pareti dai detriti instabili, riuscirà ad inerpicarsi lungo quel ghiaione mentre altri ancora, percorrendo la galleria di mina, si affacceranno sul cratere catturando gli ultimi difensori. Ma un altro fortilizio naturale, se ignorato, potrebbe diventare un’altra “Roccia del Terrore” alla maniera del Castelletto: la Nemesis! Gli austriaci, dopo la sconfitta subita qualche giorno prima sul Masarè vi hanno rimesso piede e il colonnello Tarditi è fermamente convinto che quella nuova “spina nel fianco” debba essere al più presto rimossa!.
Gino Carugati
Il sottotenente Carugati viene nuovamente convocato a Vervei per esprimere la propria opinione in merito alla presumibile via di accesso seguita dagli austriaci che, nonostante il loro arretramento sul Masarè, continuano a salirvi indisturbati. In verità, per le Streifkompanie[11] quella posizione richiede enormi sacrifici, specialmente per rifornirla di viveri, materiale e munizioni; la salita e la discesa avviene infatti per un disagevole canalone attrezzato con scalette, corde metalliche e ponticelli ancorati alla roccia. Ma da dove salgano le corvè dei Kaiserjäger per gli italiani resta un mistero. Carugati, che meglio di tutti conosce i segreti della Nemesis, è pronto a scommettere che l’accesso avvenga dal Masarè basso, verso l’imponente gradino che immette in Val Travenanzes, sul bordo del quale gli austriaci hanno da poco allestito una linea di difesa: Lauerstellung l’hanno chiamata, il “trincerone verde”. Il capitano Slaviero[12] ha avuto dal colonnello Tarditi l’incarico di eliminare quel nuovo impedimento; Carugati dovrà invece liberare la Nemesis. In seguito Gino racconterà all’amico Antonio Berti i dettagli di quella funambolica missione ed egli la trascriverà infondendole, com’é nel suo stile, il giusto tocco romanzato. Il racconto di Berti sarà quindi ripreso da diversi autori divenendo l’intramontabile testimonianza della “partita” giocata da Carugati sulla Nemesis. In breve: il 15 luglio del 1916 Gino risale a quota 2905 e vi sistema definitivamente un piccolo posto facendolo presidiare da 10 alpini. Il colonnello Tarditi ordina inoltre di replicare dalla Tofana III un’azione di copertura, questa volta in appoggio dell’attacco che il capitano Slaviero effettuerà contro “trincerone verde”. Bisogna inoltre risolvere il problema della Nemesis verificando innanzi tutto quale sia la via di accesso austriaca per poterla interdire. Il 5 agosto Carugati, accompagnato dal tenente Bernardino Sabelli e dal tenente medico Celli del «Cadore», percorre il primo tratto della cengia dov’è ubicato un posto di guardia; supera un ostacolo ritenuto invalicabile e prosegue per la cengia. I tre ufficiali si affacciano alla fine su una specie di imbuto che sprofonda in basso dal quale, si convincono, che passino gli austriaci per accedere alla Nemesis. Si acquattano e restano in ascolto fin quando sentono dei rumori; scorgono delle ombre e Carugati apre il fuoco con la sua pistola; spara anche Celli col moschetto e Salbelli urla ordini come se con loro ci fosse un’intera compagnia. Le tre ombre si dileguano velocemente riscendendo il canalone. Uno dei tre austriaci verrà catturato il giorno dopo e riferirà che uno dei suoi compagni si è sfracellato cadendo sulle rocce sottostanti, l’altro, ferito al ventre, è riuscito a calarsi pian piano rientrando al “trincerone verde”. Nel frattempo i tre ufficiali hanno reciso la linea telefonica e tre ore dopo, raggiunti da alcuni alpini, hanno insediato un posto di guardia per bloccare definitivamente quell’accesso. Passato qualche giorno, senza che dalla Nemesis vi sia alcun segno di vita, la sera del 9 agosto Carugati risale a quota 2905 con due alpini della 75ª, raggiunto poco dopo dal sottotenente Antonio Omio[13] che ha con sé altri 14 uomini. Verso mezzanotte scendono tutti prudentemente verso la selletta che trovano deserta. Salgono quindi fin sulla cima dove le baracche e le caverne austriache sono tutte incustodite; i kaiserjäger se ne sono andati calandosi a corda doppia per il camino nord.
Dopo la sua conquista, alla Piccola Tofana, la Nemesis di Barborka, sarà imposto un terzo nome: Punta Carugati. Gino avrà modo di annotare che «...alla sera, quando brillava la luna e Orione sovrastava Nemesis, si poteva scordare la guerra...». Sempre a disposizione del Comando di Gruppo, l’instancabile tenente Carugati è chiamato ad operare mettendo ancora una volta a profitto la sua esperienza di rocciatore; la sua opinione è preziosa nelle scelte strategiche e i suoi suggerimenti utili a chiunque si accinga ad affrontare le asperità di quelle pur magnifiche cime dolomitiche. La montagna, egli dice: «...mette alla prova capacità fisiche e forza morale, ma riserva insidie che impongono conoscenza dei luoghi, preparazione tecnica, consapevolezza dei propri limiti e il consiglio dei più esperti...». Partecipa personalmente ad azioni di pattuglia e ardite ricognizioni, come la celebre impresa compiuta con gli amici, provetti rocciatori e compagni d’arme, Polin e Ottolenghi di Vallepiana, alla scoperta di un passaggio lungo la cengia che percorre la parete nord-ovest della Tofana I[14].
Finita la guerra, tornato dalla sua Maria, Gino riprende le proprie attività lavorative e alpinistiche, coinvolgendo talvolta anche la cognata Fanny Guzzi, divenuta anch’essa una discreta rocciatrice. Con lei, nel 1923, affronta una via ancora inesplorata alla Torre Cecilia, una vetta non dissimile a una dolomite, situata in uno tra i più caratteristici angoli della Grignetta. L’impresa, non poco faticosa, ha in fine successo e il nuovo tracciato prende il nome di “Via Fanny”. Ritrovatosi a Mandello col vecchio compagno Giorgio Ripamonti, Gino propone a lui e ad altri di dar vita anche da quelle parti a una Sezione del Club Alpino Italiano. I due vincitori del Sasso Cavallo si dedicano così alla raccolta di adesioni per fondare il nuovo sodalizio e in breve tempo riescono ad ottenere un buon numero di consensi. Il 30 agosto del 1924 prende così vita la Sezione del CAI dedicata alle Grigne e come primo Presidente, due anni più tardi, Gino sarà tra i più convinti sostenitori per l’apertura del rifugio “Elisa” in Val Meria. Tra le numerose ascensioni di quegli anni Carugati compie la prima in solitaria del canalino occidentale del Pizzo di Redorta (m 3039)[15] e con l’amico Severino Casara[16], tornando sulle Dolomiti, apre una nuova via sulla parete sud del Monticello (m 2803) nel gruppo delle Marmarole. A 44 anni Gino ha il doppio dell’età del suo compagno di cordata ma con la sua esperienza può ancora insegnare qualcosa a quel giovane allievo. La sera, sotto la tenda, prima di addormentarsi, Severino si incanta nell’ascoltare l’amico che, come sempre restio a parlare di sé, dopo un po’ d’insistenza gli narra le sue gesta, quelle compiute nei giorni di pace e le altre, divenute ormai leggendarie, della guerra tra le Dolomiti. Nel frattempo Gino è stato nominato ufficiale superiore della riserva e mettendo a frutto le proprie conoscenze musicali, scrive, assieme a Giuseppe Blanc, l’inno del 10° reggimento Alpini[17].
Carugati non partecipa attivamente alle tragiche vicende del secondo conflitto mondiale ma poi non si sottrae dal mettersi in gioco personalmente nella Guerra di liberazione. Il 1° di aprile del 1944 entra a far parte della Brigata partigiana “Grigne” assumendo il nome di battaglia di “Maggiore Carloni”. Agli ordini di “Gennari” (Tenente Colonnello Grassi) effettua ispezioni nel settore Oliveto Lario-Valassina e con lo stesso incarico, dai primi di giugno del 1944, passa agli ordini del Tenente Colonnello Pini. Nel settembre di quell’anno è nominato Capo Ufficio operazioni al Comando del raggruppamento Divisioni d’assalto “Garibaldi” della Lombardia e dopo l’arresto del Colonnello Morandi, nel febbraio del 1945 passa agli ordini del comandante delle Fiamme Verdi, il generale Luigi Masini[18] che, come lui, ha combattuto sul fronte dolomitico. Nonostante i suoi 59 anni, Gino è ancora un prestante alpinista e viene impiegato come ricognitore allo Stelvio e più tardi sulle Alpi Liguri. Dal 25 aprile al 2 maggio del 1945 è a disposizione del Comando Generale dell’Alta Italia per incarichi speciali, passando quindi al Comando di zona “Lago di Como” come Ufficiale di collegamento. Col nome di “Otavio” è responsabile della zona “Como”, quindi dell’89ª brigata garibaldina “F.lli Poletti”. In fine viene trasferito al comando di raggruppamento della “Divisione Garibaldina Lombardie” fino alla Liberazione.
A Mandello Gino trascorre, serenamente, in famiglia, gli ultimi anni della sua esistenza, senza rinunciare alle tanto amate passeggiate, alla buona musica e alla letteratura. Alle soglie dei 71 anni, il 13 settembre del 1956, muore amorevolmente assistito dalla sua Maria[19]. Tre mesi più tardi il suo spirito sarà raggiunto da quello del suo caro amico Antonio Berti.

NOTE

[1] Maria Guzzi (1885 - 1977), figlia di Palmeide e di Elisa Cressini, è sorella di Carlo Guzzi (1889 – 1964) che sarà il fondatore della celebre fabbrica di motocicli di Mandello sul Lario.
[2] Tra il Pasubio e le Piccole Dolomiti vicentine, Pian delle Fugazze (m 1150) è la lunga depressione che mette in comunicazione la pianura veneta con la Val Lagarina.
[3] Note guide alpine di Courmayeur. Nel 1909 parteciperanno alla spedizione del Duca degli Abruzzi al K2 nel Karakorum.
[4] Gruppo Géant-Rochefort - Massiccio del Monte Bianco.
[5] Antonio Fogazzaro (1842 – 1911), scrittore e poeta, Senatore nel 1896, candidato al premio Nobel per la letteratura.
[6] Si tratta del Rocca Pendice (m 320) sui Colli Euganei.
[7] Ripamonti, proprietario di un’officina meccanica a Mandello, darà lavoro a Carlo Guzzi, cognato di Carugati, che avrà così modo di affinare le conoscenze tecniche che gli permetteranno, in seguito, di aprire il noto stabilimento della Moto Guzzi.
[8] La Piccola Tofana (m 2755) ribattezzata col nome di “Nemesis” dal capitano Emanuel Barborka quando il 10 maggio del 1916, guidando lui stesso una pattuglia di una trentina di elementi ad occuparne stabilmente la cima, intendeva da lì partire alla riconquista delle posizioni occupate dagli italiani sulla Tofana II e III. Nemesis, stando alla mitologia greca, è infatti la Dea che provvede a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti.
[9] Emanuel Barborka, comandante austriaco del settore Travenanzes, nato a Pilsen (Boemia) nel 1884, morto sul Masaré il 9 luglio 1916. E’ la figura di maggior spicco di parte austriaca nelle vicende belliche sulle Tofane. Le sue doti umane lo resero molto popolare sia tra i suoi soldati che tra i suoi “nemici”.
[10] Con una pattuglia di quattro uomini, il sergente Serafino Bortoli del Batt. Belluno riesce finalmente a risalire il canalone del Castelletto verso la mezzanotte del giorno 12, catturando in fine una quarantina di austriaci che si erano rintanati all’interno di una caverna.
[11] Compagnie di servizi.
[12] Ettore Slaviero di Asiago, classe 1889, nel 2° Alpini come sottotenente e quindi, nel gennaio 1915, al 5° Regg. Alpini col grado di capitano, passa successivamente in forza al Batt. Pieve di Cadore dove assume il comando della 75ª compagnia. Comandante di Battaglione dal maggio 1917, morirà il 24 agosto dello stesso anno colpito in fronte da una pallottola di mitragliatrice a Mesnjak (Bainsizza) sulla posizione di quota 645 appena conquistata.
[13] Antonio Omio (1885-1935) allora sottotenente, (tenente nel luglio del 1916 e quindi capitano), sarà nel settore Tofane fino al maggio del 1917, quindi sull’Altopiano do Asiago e sulla Bainsizza (fronte Isonzo) dove meriterà una medaglia di bronzo al V.M. Tra il 27 e il 28 ottobre del 1918, ufficiale di collegamento del Batt. “Bassano”, passerà il Piave col 107° Regg. Fanteria francese occupando col suo Batt. S. Giovanni Villanova e Valdobbiadene ottenendo un encomio solenne dal Gen. Giardino. Morirà a 50 anni, il 17 settembre 1935, per assideramento durante il ritorno da un’ascensione a Punta Rasica (m 3328) in Val Masino assieme da altri 5 alpinisti colti da un’improvvisa bufera di neve.
[14] La cengia percorsa dai tre ufficiali alla fine di settembre del 1916, prenderà il nome di Cengia Polin. Lì sarà stabilito un caposaldo dominante le sottostanti posizioni austriache di Val Travenanzes.
[15] Alpi Orobiche – sottogruppo Scais-Redorta.
[16] Il vicentino Severino Casara (1903-1978), noto alpinista e in seguito autore di numerosi libri di montagna e regista cinematografico, aveva conosciuto, ancora da ragazzo, alcuni suoi concittadini già esperti rocciatori, che lo avevano accolto e instradato all’arte di arrampicare. Tra questi Antonio Berti, Luigi Tarra e lo stesso Carugati, allora residente a Vicenza.
[17] L’Associazione Nazionale Alpini (ANA) nel 1928 aveva assunto il nome di 10° reggimento a significare la militarizzazione dei Alpini in congedo.
[18] Luigi Masini (1889-1959) come Ufficiale del 7° Alpini aveva partecipato a varie azioni sulle Tofane con la 78ª compagnia del Batt. “Belluno”, passando quindi al comando della 229ª comp. del “Val Chisone” impegnata sul Lagazuoi. Nel giugno del 1917, promosso capitano, aveva assunto il comando del Batt. “Belluno” col quale aveva combattuto sulla Bainsizza (fronte isontino) e dopo la ritirata di Caporetto, sul Monte Stol e quindi sul Cansiglio. Rientrato dopo una rocambolesca fuga sulla linea del Piave, gli era stato affidato il comando del Batt. “Val Cismon” e più tardi del Batt. “Monte Pelmo” coi quali aveva preso parte alla difesa sul M. Grappa e alla battaglia di V. Veneto.
[19] Gino Carugati è sepolto a Mandello del Lario nella tomba della famiglia assieme a sua moglie Maria e alla cognata Fanny, a fianco di quella di suo cognato Carlo Guzzi.

Si ringraziano per la collaborazione: il Comune di Milano, l’Associazione Nazionale Partigiani (ANPI) di Lecco, la Biblioteca della Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino, l’Archivio Comunale della memoria locale di Mandello del Lario, gli Archivi di Stato di Milano e Como, l'ufficio stampa della Società del Quartetto di Vicenza, il museo dell’Antica Officina di Giorgo Ripamonti di Mandello.