Nazione Cerbara don Angelo

Grado Cappellano Militare

Mostrina  60° Brigata Calabria

Ritratto

Nato l'1 maggio 1888 a Gavignano (Roma)

Morto il 23 ottobre 1915 sul Col di Lana

Decorazioni

Decorazione Medaglia d'Argento

Sotto il fuoco nemico, noncurante del pericolo, con costante ed ammirevole spirito di carità, recava ai morenti il conforto della religione, e coadiuvava i medici ed i portaferiti nell'assistenza e nel trasporto dei feriti.
Col di Lana, agosto 1915

Decorazione Medaglia d'Argento

Sprezzando il fuoco violento di artiglieria e fucileria, prestava il conforto della Fede e della religione ai numerosi feriti del suo reggimento. Mirabile esempio di sacerdote e di soldato, nell'esercizio della sua alta missione lasciava la vita sul campo dell'onore.
Col di Lana, ottobre 1915

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Angelo Cerbara nasce a Gavignano, in provincia di Roma, l'1 maggio del 1888. Suo padre Luigi è un falegname di ventinove anni e sua madre, Anna Vari, è una casalinga trentenne. Nella chiesa di Santa Maria Assunta, poco lontano dalla casa dov'é nato, lo battezzano coi nomi di Domenico, Angelo, Alfredo. Al suo paese, abbarbicato su un colle alle falde dei Monti Lepini, Angelo frequenta la scuola e la parrocchia aspirando un giorno a diventare Sacerdote. Dopo aver frequentato il Seminario San Felice di Spello, in terra umbra, l'11 novembre del 1905, a soli diciassette anni, fa la sua prima professione di fede. Nel 1908, terminati gli studi liceali presso l'Istituto Pontificio Sant'Apollinare di Roma, sceglie di anticipare il servizio militare per non essere, più tardi, distolto dagli studi e si presenta come volontario all'81° Fanteria prima dell'obbligo di leva. Si trova a fare il militare a Messina l'anno del tremendo cataclisma che rade al suolo la città e si prodiga, anche oltre al suo dovere, a soccorrere i feriti, disseppellire i morti, a comporli pietosamente nella fossa, tanto da meritare una medaglia di benemerenza e l'elogio personale del Re d'Italia accorso a visitare i luoghi del disastro. Da Messina Angelo scrive ad un suo compagno di studi: «Tu non puoi immaginare le scene strazianti a cui sono stato testimone ... L'esempio del mio Fondatore S. Girolamo Emiliani[1] mi era sempre presente e, stimolato da questo esempio, mi caricavo sulle spalle quei cadaveri spesso fetidi, mutilati, sanguinanti, per comporli nella sepoltura». Terminato l'anno di volontariato, impegnato nel frattempo ad accudire gli orfani di Santa Maria in Aquino, a Roma, si dedica agli studi di Teologia presso il Pontificio Seminario e di Lettere all'Università la Sapienza. Nel 1911, allo scoppio della guerra libica, viene richiamato alle armi come sergente del 26° Reggimento di Fanteria ed inviato a Derna. «Mentre il Reggimento si preparava a partire per la Libia» - racconterà un suo compagno - «egli, come simbolo dei suoi grandi amori, aveva appeso al petto una coccarda tricolore e la medaglia dell'Immacolata. Fu in quell'occasione, e precisamente nell'interminabile caserma del Granili, che un giovane tenente, lasciando il gruppo di una dozzina di colleghi, si volse al Cerbara, che andava per una commissione, e con aria beffarda gli disse: "Sergente, tolga via quella superstizione." - "Quale superstizione?" - rispose tranquillamente il giovane toccando i suoi due cari emblemi: - "Il tricolore o la medaglia?" - Il giovane ufficiale rimase un po' sconcertato dalla risposta ma riuscì a riprendere fiato per dire: "Via, un sergente deve capire qualche cosa! Tolga via quella roba!" - "Signor tenente, qui l'ho messa e qui resterà. Per la fede del mio Dio vo a morire per la mia Patria. Comanda altro?" - Saluto, dietro front e via. "Bravo sergente!" - gli disse di lì a poco il capitano appena saputo il fatto, "Questo sì che si chiama coraggio!"». Con la stessa pietà dimostrata per i morti di Messina, in Libia Angelo raccoglie e seppellisce commilitoni e nemici, tutti uguali ai suoi occhi, tutti degni di misericordia. Il 20 gennaio del 1912 riferisce al suo Rettore: «Scrivo di sotto la tenda, all'incerta luce di una stearica che tremola al vento insidioso che penetra tra i teli infingardi e traditori. Mugghia il mare violentemente e l'onde sonore tengono bordone alle rime molto obbligate dei miei compagni d'avventura che si raccontano molto allegramente le storielle passate. Son dunque giunto a Derna dopo un viaggio abbastanza fortunato. E' un paesotto che si ripara all'ombra delle palme dei datteri, bellissime, che qui destano un senso di compiacenza e di beltà. Il cielo è meravigliosamente bello, le notti serene sono uno splendore ed io estasiato rimiro lo stellato stupendo che invita alla preghiera, e l'anima naturalmente cristiana, si eleva. La mia salute è ottima, il morale dei soldati elevato. Il 17 u.s. si ebbe un combattimento per le condutture dell'acqua che ci avevano spezzato. Degli Arabo-Turchi fu un vero macello. Ne riportarono al nostro accampamento una ventina e furono religiosamente seppelliti al di fuori del recinto dove riposano i nostri Eroi. Lacrime sì pietose non versai che un'altra volta nella mia vita, in uno di quei dolori che strappano l'anima. Mi facevano pietà quei visi stravolti e contratti bestialmente nell'atrocità del dolore, il rattrappimento degli arti, le teste mozze orribilmente, sfracellate, abrase; pensai che anch'essi erano eroi ed uomini e benedissi la soave carità di Cristo che non ci vieta di riconoscere l'eroismo e praticare la pietà anche verso i nemici, e nemici ostinati e barbari. Poche le nostre perdite, il nemico in fuga, decimato. Preghiamo che arrida all'Italia la vittoria suprema e ritorni la pace». Il sergente Cerbara, pur saldo nella propria fede, all'occorrenza sa dimostrare di essere anche un buon soldato ed il Comando della IV Divisione speciale, a Derna, nell'ordine del giorno 37 del 12 aprile 1912, gli concede un encomio solenne perché: "Inviato il giorno 19 marzo di pattuglia al Marabutto, dopo che un'altra pattuglia precedentemente inviatavi aveva dovuto ripiegare di fronte a forze nemiche superiori, disimpegnava con intelligenza e ardire il mandato affidatogli. Minacciata la pattuglia sulla fronte e sui fianchi da gruppi di nemici di maggiore forza, ripiegava con essa in ordine e con calma perfetta". Tornato in Italia e compiuti i suoi studi di teologia presso il Seminario di Segni, Angelo fa la professione di fede solenne e, ancora semplice diacono, viene nominato Vice Rettore dell'Orfanatrofio di Aquino. Passato nell'Ordine dei Somaschi, il 5 aprile del 1914 celebra la sua prima Messa ed assume l'incarico di Viceparroco nella chiesa di Santa Maria. Allo scoppio della Grande Guerra viene comandato, col grado di tenente Cappellano, al 60° reggimento della Brigata Calabria e con i suoi fanti raggiunge l'alta Valle del Cordevole e quindi il Col di Lana. «Al 60° lo chiamavano tutti, semplicemente, Don Angelo.» Scriverà un giorno di lui un ufficiale suo compagno d'armi... «Quale fosse il suo cognome, donde venisse, se era prete o frate nessuno sapeva; era Don Angelo, e basta. La vita di guerra è vita unicamente del presente ed egli riempiva talmente di sé, della sua bontà, della sua giovialità, del suo sereno coraggio quel presente eroico che nessuno pensava a domandare della vita di lui anteriore al maggio 1915. [...] Era un buon ragazzone che non dava né ombra né peso alcuno. Nelle rumorose mense di battaglione, ove le facce dei commensali mutano in parte dopo ogni fatto d'arme e solo resta inalterabile l'allegria, Don Angelo era il compagnone più ricercato: non aveva neanche, nelle rozze panche, il posto suo perché ogni gruppo di ufficiali lo voleva per sé e s'incrociavano da ogni parte, nella franca favella romana (erano quasi tutti laziali o umbri) gl'insistenti inviti con le parole: "Ah, Don Angelo, vie' qua! E sta' un po' qui con noi!". E, poveretto, era costretto a sentirne di ogni colore, perché la castigatezza non è il pregio principale dei discorsi di mensa. Ma il suo sorriso intelligente era così pieno di superiorità morale che valeva assai più di un inopportuno predicozzo. E tutti capivano. Ma dove Don Angelo era veramente lui era in trincea, era sul campo di battaglia. Quando c'era un'azione nessuno più poteva trattenerlo presso il Comando di Reggimento o presso i reparti in riserva, come sarebbe stato suo diritto. Eccolo lì in prima linea con le Compagnie che vanno alla morte, facendo da spola sotto i tiri nemici d'interiezione, tra il campo insanguinato e il posto di medicazione, rincuorando e aiutando i portaferiti, confortando i colpiti, spingendosi nei punti più avanzati e pericolosi per raccogliere e mettere in salvo un gemente che non può muoversi. Sempre così, nel turbinio della morte, nelle nottate sanguinose del 2 e del 4 agosto 1915, negli attacchi alle trincee del Col di Lana, sotto gli infernali bombardamenti del 27 e 28 agosto, nelle giornate eroiche e sfortunate degli assalti al fortino del Monte Sief su la fine di ottobre del 1915 quando il destino glorioso lo attendeva. Il 60° era entrato in azione il 17 ottobre, dal costone di Livinè sette Compagnie del nostro Reggimento e altre del 59° dovevano giornalmente inerpicarsi verso uno stretto canalone di pietra che permetteva l'accesso al munitissimo fortino austriaco del Sief e tentare l'attacco. I difensori comodamente, dalle loro tane con sventagliate di mitragliatrici e bombe a mano rotolavano giù gli arrivati mentre un tiro d'interdizione quasi perenne rendeva difficilissimo l'accorrete dei rincalzi. Don Angelo non si mosse da quella zona micidiale: c'era troppo da fare per lui! Finché (nel pomeriggio del 22 ottobre) una grossa scheggia di granata, scoppiata poco lungi dal luogo dov'egli era, lo colpì mortalmente alla testa. Lo vidi al posto di medicazione, povero Don Angelo, inanimato, irriconoscibile, col cranio scoperchiato. Non c'era più nulla da fare per il suo corpo: lo spirito, dalla montagna, aveva raggiunto più presto la patria luminosa degli eroi». L'atto di morte, stilato dal medico Gino Vicentini all'ospedaletto da campo n. 58, riporta la constatazione del decesso del "cappellano ten. Angelo Cerbara avvenuto il 23 ottobre del 1915 alle ore 15 a seguito di ferita da scheggia di granata a mano penetrata nel cranio dalla regione orbitaria sinistra all'occipite". Con una mesta cerimonia, alla presenza di alcuni tra i fanti che egli aveva accompagnato in battaglia, Don Angelo viene sepolto a Pian di Salesei. Il 1° novembre del 1915, il colonnello Saporiti[2] comunica al Vescovo Casentinese: «E' con vivo dolore che comunico alla Eccell. Vostra la morte gloriosa del Cappellano militare P. Angelo Cerbara. Egli, pieno di fervore religioso e di altissimo sentimento patrio, era sempre fra i primi nelle più avanzate linee di fuoco, per incitare i soldati alla lotta cruenta. Difatti, mentre in prima linea assisteva un caporalmaggiore ferito gravemente a morte, fu colpito anch'egli da una granata nemica e, nonostante le sollecite cure e il trasporto immediato al prossimo Ospedaletto, cessò di vivere il giorno dopo [...]». Molti altri testimoni lo ricorderanno più tardi nelle loro lettere, negli appunti e nei diari personali. Tra questi il tenente medico Guido Iacoucci che per un certo periodo era stato suo compagno di tenda: «[...] il suo aspetto ilare e franco, il suo umore gioviale, la sua modestia insuperabile [...] la conversazione che con lui riusciva piacevolissima [...]» ed il Tenente Cappellano Don Giuseppe Ricciotti: «[...] il cappellano insomma doveva stare avanti al medico, insieme al soldato. Povero Cerbara! Tutto il giorno se ne andava in giro per questi monti con quel suo passo caratteristico, direi quasi barcollante, in cerca dei suoi ragazzi. La domenica con la massima indifferenza diceva messa qui e l'altra se l'andava a dire a una distanza di 10, anche 15 chilometri, digiuno, allegro, con quel suo berrettino verdastro in testa che gli dava l'aspetto tra il pecoraio e l'alpino» ed ancora, il capitano Gabrielli, il suo capitano, che scriverà: «Non volle mai prendere neppure un breve riposo per non lasciare mai i suoi soldati; non si allontanava mai dalla prima linea; aveva fede ardente, cuore generoso, intelligenza svegliata, parola persuasiva. Peppino Garibaldi lo voleva sempre con sé, lo amava come un fratello. [...] Dopo un assalto a una posizione nemica, vedendo molti morti tra noi e il campo avversario, volle tentar di uscire dalla trincea sperando nella pietà cristiana del nemico. Difatti si vestì da sacerdote, mise la stola e con Cristo in mano avanzò verso il nemico per chiedere di poter interrare i morti. Ma quella razza di canaglia austriaca per tutta risposta gli sparò attorno qualche fucilata e con la voce gli fece capire di rientrare altrimenti avrebbe sparato direttamente su lui». E della poca umanità di quei nemici aveva riferito lo stesso Don Angelo in una lettera inviata l'8 luglio del 1915 a Padre Nicola Di Bari: «[...] Per raccogliere i nostri feriti e morti si è andati incontro al fuoco nemico venuto a sì abbietto rinnegamento di umanità da accomodare nelle trincee loro i cadaveri dei nostri per macabro effetto morale: un ufficiale, giovane, gagliardo, con tanto entusiasmo venuto alla guerra, ucciso davanti un loro reticolato, lo hanno composto innanzi ai pali di questo come uno spauracchio. E noi non lo abbiamo potuto riprendere [...]». Nel luglio del 1916 il corpo di Don Angelo Cerbara sarà traslato al Camposanto di Gavignano, il suo paese natale, che più tardi dedicherà al suo nome una via cittadina.

NOTE

[1] Fondatore dell'ordine dei Chierici Regolari di Somasca.
[2] Colonnello Alessandro Saporiti, Comandante il 60° Reggimento di Fanteria della Brigata Calabria dal 24 maggio 1915 al 16 gennaio 1916