Nazione De Gennaro Gian Francesco

Grado Tenente

Mostrina  25° Artiglieria da Campagna

Ritratto

Nato il 3 febbraio 1893 a Casacalenda (CB)

Morto il 21 novembre 1915 sul Costone di Ciampovedil (Col di Lana)

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Gian Francesco De Gennaro nasce a Casacalenda, in provincia di Campobasso, il 3 febbraio del 1893 da Giuseppe e da Angiolina Masciotta[1]. Dopo aver compiute le scuole elementari nel paese nativo, nel novembre del 1903 entra al collegio-convitto nazionale "Leopardi" di Macerata dove segue i corsi del ginnasio e del liceo, meritando di essere promosso ogni anno senza esami. Consegue in fine la licenza liceale con encomio dei professori. Volendo entrare alla scuola militare di Torino, prepara da solo il programma di matematica ed a Napoli, assieme ad altri 600 iscritti, partecipa al concorso di accettazione classificandosi 55° su 140 ammessi. Nel novembre del 1911 entra quindi all'Accademia e nel febbraio del 1913 consegue il grado di sottotenente. Nel marzo successivo accede alla scuola di applicazione d'artiglieria e genio, a Torino, e nell'agosto del 1914 viene destinato al 25° Artiglieria da campagna e col grado di tenente, e mandato in distaccamento a Vercelli.
Nel maggio del 1915, dichiarata la guerra italo-austriaca, Gian Francesco raggiunge Agordo in Val Cordevole, ma nelle sue note di taccuino e nelle lettere scritte ai genitori lamenta il fatto di essere costretto a rimanere lontano dalla lotta. "Io sto bene in salute - scrive il 6 giugno - ma sono annoiato e nervoso; vorrei andare avanti, vorrei andare al fronte, ed invece siamo a 30 km dal confine. [...] Siamo ancora in villeggiatura e bramo con tutte le mie forze di andare innanzi. Quando andrò? Nel giro che ho fatto ho messo piede sul territorio già austriaco. Ho sentito i cannoni sparare e il loro suono maestoso ripercuotersi nelle valli circostanti, anzi un proietto è passato su noi, perché ne abbiamo sentito il sibilo".
Finalmente a luglio viene comandato oltre confine nella zona di Livinallongo. A compensare l'inferiorità di gittata, gli Artiglieri del 25° reggimento e quelli di un gruppo del 35°, montati i loro pezzi su slitte improvvisate, li trainano sul costone di Ciampovedil e tra le depressioni delle sponde del Cordevole fin oltre i caseggiati di Pallua e di Ornella. La batteria di De Gennaro entra subito in azione. "Sebbene trascorsi pochi giorni", scrive il 6 agosto, "sono ancora sotto l'impressione del combattimento del Col di Lana, a cavaliere dell'alta valle Cordevole. Al Col di Lana che non è stato conquistato subito, si erano aggiunte alle difficoltà naturali quelle create dagli austriaci; potenti trincee di cemento armato coperte, e con feritoie per sparare. Si è cominciato l'attacco al mattino, presto, e la fanteria è avanzata fino a due chilometri; poi noi abbiamo aperto il fuoco, e vi assicuro che mai bersaglio di Scuola di Tiro è stato colpito così bene. Gli austriaci riparati tacevano. Le nostre fanterie protette da noi continuavano ad avanzare molto faticosamente spingendo avanti a sé dei sacchi ripieni di terra, per ripararsi dai colpi dei nemici, che intanto avevano aperto un fuoco nutritissimo avendo grande abbondanza di munizioni. Noi continuavamo a sparare efficacemente. Siccome eravamo in buona posizione defilati, non eravamo colpiti dai proietti del forte avversario; e conquistammo la prima linea di trincee, facendo dei prigionieri e prendendo alcune mitragliatrici, qualche fucile e molte munizioni. La conquista della prima trincea è costata molte vite: si vedevano i feriti precipitare giù nei burroni, non avendo più la forza di aggrapparsi ad uno sterpo, ad un sasso gridando aiuto; si vedevano i morti delle prime file rotolare giù come sacchi pieni di sabbia sui loro compagni delle file successive, che per andare avanti dovevano scavalcare il corpo esanime del compagno col quale forse la sera antecedente aveva scherzato del pericolo della futura avanzata. La fanteria ha compiuti atti eroici: io premierei tutti i soldati superstiti. Cose che non si immaginano. Vedere un ufficiale domandare soldati per andare avanti, e, invece di un plotone, presentarsi tutta la compagnia. Vedere avanzare cento uomini, e tornare indietro venti, frementi di rabbia, a chiedere rinforzi, e tornare alla carica di nuovo, finché non erano colpiti da una palla avversaria. Il fuoco austriaco faceva molte vittime e i superstiti più si accaloravano ad andare avanti. Si son visti giovani arrivare a un parossismo tale da piangere, perché costretti a stare giù, tanta era la sete di vendicare i compagni caduti. Tutti facevano a gara nell'avanzare. Il colonnello di questo reggimento era sempre al suo posto, impavido, fermo in mezzo al grandinar delle palle, incoraggiante i suoi soldati ... Dopo tre giorni di combattimento, si è occupato quasi tutto il Col di Lana".
L'8 settembre De Gennaro riceve il comando di una sezione aggregata al 7° Alpini e scrive a casa dicendo: "Sono a 2800 metri con la batteria, a 2900 con l'osservatorio, ed ho davanti a me una bella vallata ricca di prati, e di paesetti dove si vedono gli Austriaci preparare i loro lavori di difesa. Sono in primissima linea con gli avamposti degli Alpini, ma con poco pericolo perché gli Austriaci tirano male e potrebbero colpirmi soltanto per sbaglio". La notte precedente una scheggia di granata gli era entrata nella tenda lasciandolo fortunatamente illeso. "Come al solito sto bene - scrive quindi il 12 di settembre - soltanto non sento più i polpastrelli delle dita mezzo gelati dal freddo. Nel bollettino del comando supremo dell'8 settembre leggete il 3° capoverso[2], dove parla del Nürnberge Hutte: è appunto il Contrin-Haus che ho buttato giù io, e che mi ha fatto avere un encomio del colonnello. Forse ve lo manderò. Adesso sto preparando il tiro su altri bersagli, se tutto mi andrà bene leggerete qualche altra cosa in tema dell'Avisio e del Contrino[3]". Tra le numerose lettere, quella del 25 settembre descrive le condizioni ambientali in cui è costretto ad operare: "Carissimi Genitori, ricevo or ora una cartolina della mamma del 19 settembre, da cui desumo che si è allarmata perché non riceve posta da un giorno. Vedo da questo che mammà non si rende perfettamente ragione del posto in cui mi trovo. Cercherò di dirlo meglio. Sono a . fra nevi sempiterne in un posto da camosci. Per venirvi non c'è altra strada, e se tiri vento o nevichi ne diventa impossibile l'accesso. Perciò, dunque, sebbene io scriva tutti i giorni, può qualche volta non arrivar posta. Sono a 54 km dalla ferrovia e l'automobile postale non può transitare ... Penso che avrei fatto meglio a tacere di essere in prima linea. Contro l'assideramento dei piedi noi usiamo un grasso che pare abbastanza utile. Ad ogni soldato han dato un sacco a pelo e due coperte di lana con le quali si resiste al clima rigido." Ed il 28 settembre continua: "Sono uscito dalla tenda verso le due di notte per vedere se le vedette erano al loro posto. C'è voluta tutta la mia forte volontà per fare i 200 metri che mi separavano da esse. Sono tornato con la faccia bruciata dal nevischio ed ho trovato la neve nella tenda, penetratavi da un piccolo buco che vi avevo lasciato nella fretta di chiuderla. Ho cercato di toglierla alla meglio e poi mi sono addormentato. Ieri ho provato una delle più belle gioie della mia vita. Ho aperto il fuoco contro l'artiglieria avversaria a 4 chilometri di distanza. Mi han sparato 6 colpi sull'osservatorio senza recarmi alcun danno. Dopo il sesto colpo loro un mio proietto è caduto sul loro pezzo ed ho sentito uno scoppio e visto una colonna di fumo innalzarsi ... L'artiglieria nemica non ha più sparato". Ed ancora il 5 novembre: "Torno ora da una ricognizione in alta montagna, da cui ho scoperto una batteria avversaria. Sono stato tutta la notte sotto la neve, ed ho le scarpe rotte e i piedi bagnati. Aspetto di poter scendere in qualche paese dove possa trovare un paio di scarpe".
L'ultima lettera di Gian Francesco è datata 21 novembre ed è di presagio al suo destino: "Farò il mio dovere con calma e freddezza, con audacia anche, se il bisogno lo richiederà, non curante dei pericoli. Conoscete il mio modo fatalistico di pensare che forse è il migliore in questi frangenti". Il tenente De Gennaro cade proprio il 21 novembre del 1915, alla giovane età di 22 anni, già proposto per la nomina a capitano. Quel giorno la 5ª batteria da lui comandata ha aperto il fuoco per preparare e accompagnare l'attacco delle fanterie. L'artiglieria austriaca controbatte il tiro fino alle ore 15. Cessato il fuoco, ai serventi viene dato il permesso di ritirarsi per consumare il rancio. Gian Francesco s'incammina per ultimo in coda agli uomini "quando uno shrapnel nemico viene a scoppiargli quasi sulla testa producendogli 10 ferite delle quali alcune gravi perché penetranti in cavità". Soccorso dai commilitoni, a nulla valgono le cure dei sanitari e del dottor Lepore in particolare; De Gennaro spira alle 23.45: "La sera del 22, la cara salma venne tumulata in luogo perfettamente individuato, ed una croce con un Cristo ed il suo nome ne indica il luogo". Ai genitori invia notizie il comandante della 5ª batteria, capitano Vincenzo Randone: "Egli è morto orgoglioso del dovere compiuto sempre, in ogni circostanza; Egli è morto col suo ultimo pensiero rivolto a Loro, col nome Loro sulle labbra!" Parole rituali, ovvie, ma che, ingenuamente, vogliono sollevare il dolore immenso di un padre e di una madre. Randone descrive in dettaglio gli avvenimenti, la ferita letale, la morte: "Il fuoco loro era purtroppo efficace, violento, e ben diretto, tanto che verso le 12 una granata, scoppiando addosso a un nostro cannone uccideva tre soldati e ne feriva gravemente un quarto. Ricordo il buon Gianfrancesco aiutare sotto il fuoco nemico nel trasporto dei morti e del ferito ... lo ricordo mentre animato di sacro entusiasmo non esprimeva altro desiderio che di poter vendicare i poveri morti ... Il nostro tiro sempre controbattuto, ma debolmente ora, dal nemico continuò sino alle ore 15, alla qual ora, in seguito agli ordini avuti, comunicavo al povero Tenente di cessare il fuoco. Egli volle ancora sparare altri quattro colpi che aveva già graduato, e quindi, poiché anche l'avversario non sparava più, come da ordine avuto provvide a rimandare i serventi del cannone ai baraccamenti ove sarebbero stati più sicuri. Per ultimo egli stava uscendo dalla piazzola del cannone quando uno shrapnel (l'ultimo colpo sparato in quel giorno dal nemico!) lo colpiva in pieno abbattendolo! Lo trasportammo immediatamente al riparo e il dottore subito accorso provvide a medicare le numerose ferite, dieci, prodotte da pallette di shrapnel, che aveva sparse in tutto il corpo. Una sola di queste però era pericolosa e fu la causa della morte: una palletta che penetrando nell'addome dal lato sinistro, l'aveva attraversato, affiorando sotto la pelle dal lato destro. Procedendo a tale medicazione, durante la quale il dottore gli aveva praticato due iniezioni assai forti di morfina perché non dovesse soffrire troppo, il povero Gianfrancesco fu trasportato in barella in una casa ove è impiantato il vero posto di medicazione. Fu ammirevole lo stoicismo suo durante questo primo doloroso periodo: con orgoglio egli parlava, durante la medicazione, della nostra artiglieria, della sua batteria, con soddisfazione del dovere compiuto, con amore dei suoi cari lontani!...alle 23.45, senza fortunatamente averne ragione, spirava tra il cordoglio di tutti!". Il comandante della batteria è preciso sul luogo della inumazione: "La cara salma, rivestita con biancheria nuova e deposta in una robusta cassa in legno fu sepolta alla sera successiva cogli onori militari dovuti al suo grado e col mesto ed affettuoso accompagnamento di tutti i militari, ufficiali e soldati delle due batterie che qui si trovano. Provvedemmo perché il sepolcro fosse circondato da un robusto riparo in parte steccato in legno e in parte riparo in muratura: alla testata s'erge una croce in legno che i soldati vollero essi stessi costruire, con un Cristo ... Il povero Gianfrancesco è sepolto sul costone di Ciampovedil, costone che s'erge nell'alto Cordevole sulla sponda destra del fiume e ha origine alla confluenza del Cordevole col torrente Ornella. Per recarvisi occorre portarsi a Caprile (alto Val Cordevole) per Agordo, Cenceniglie, Alleghe: da Caprile seguire il fondo Val Cordevole sino al Pian di Digonera: da questa località salire sulla dorsale di riva destra del fiume passando per gli abitati di Sottil di sotto, Sottil di sopra, Roncat: raggiungere il torrente Ornella e risalire il costone di Ciampovedil per gli abitati di Palva e Costa. Ad ovest di quest'ultima località distante circa 400 metri e a una quota superiore di circa 40 m. trovasi il sepolcro del povero Gianfrancesco. Ho raccolto tutti gli effetti personali suoi che aveva a Ciampovedil compreso la giubba e i pantaloni che furono tagliati per poterli togliere dalla persona, e il berretto, e li ho inviati al Comando del Reggimento con una nota dettagliata. Il comando si farà premura di inviarli loro: così ho dovuto fare perché così vogliono i nostri regolamenti: ho pure inviato al Comando del Reggimento due cassette che il Povero Tenente teneva sul carreggio della batteria coi rimanenti oggetti di corredo. Pure all'Ufficio d'Amministrazione del Reggimento ho rimesso la somma di £ 544,15 equivalente a quanto il povero Gianfrancesco aveva di suo più le competenze che ancora gli spettavano sino a tutto il 21 novembre. L'anello che aveva in dito gli fu lasciato: ciò che facemmo non sapendo che la famiglia desiderava conservarlo e di ciò siamo tanto spiacenti".
Il dottor Donato Lepore, di Carinola, provincia di Caserta, scrive: "Avendolo visto sanguinare abbastanza gravemente dal braccio sinistro, rivolsi la mia attenzione su questa prima ferita, ed arrestai prontamente l'emorragia. Poi esaminai la ferita all'addome e vidi che non era una, ma tre; una, la più grave, con foro d'entrata al fianco sinistro e il proiettile era proprio sotto la pelle del lato opposto, per modo che con una piccola incisione cutanea lo estrassi; ed era una palletta di shrapnel; un'altra alla fontanella dello stomaco, senza foro d'uscita; e la terza in corrispondenza dell'osso iliaco di sinistra, col solo foro d'entrata. Queste tre ferite, come pure una quarta alla fossetta sovraclavicolare mi tolsero ogni speranza per la vita del suo beneamato figliolo, ma ad ogni modo lo medicai e lo fasciai con ogni cura, e medicai e fasciai anche le altre ferite, alle gambe, alla coscia ed all'altro braccio, che complessivamente erano in numero di 10 ... Lo feci trasportare in barella e con ogni cautela nella stanzetta che mi serviva da posto di medicazione. Quivi fu adagiata sopra un materasso di piume, coperto bene e assistito in continuazione da me e da due soldati portaferiti. A volte cadeva in delirio e immaginava di stare in batteria a comandare il fuoco, a volte invece riacquistava la conoscenza e chiedeva da bere, anzi desiderava il latte, che però io non gli concessi, limitandomi a fargli prendere un poco d'acqua semplice per mitigare l'arsura. Alle 10 aveva perduto il polso alla radiale e solo si sentivano le pulsazioni irregolari sulle carotidi. Alle 11.30 chiese da bere e domandò che gli si fosse un poco scaldata l'acqua; ma mentre il soldato era per accendere la lampada per scaldare l'acqua, disse: mamma mia, mamma mia, che cos'altro è, mi fa male il cuore, e così si addormentò nel sonno eterno. Durante la notte la salma fu vegliata a turno dal Sottotenente Castiglioni, Montesi, Tardoni e Crea".[5]

Note

[1] Giovambattista Masciotta (1864 - 1933 storico molisano), zio di Gian Francesco, gli dedicherà nel 1916 un testo monografico dal titolo "Gian Francesco De Gennaro tenente di artiglieria, morto per la patria il 21 novembre 1915" (Campobasso - Tip. G. Colitti e Figlio) che più tardi sarà inserita nel "Diario", opera inedita di Masciotta pubblicata nel 2010 a cura di Sergio Bucci.
[2] Dal bollettino del Comando Supremo, 8 settembre 1915: "In valle Avisio il ricovero Nurnberger Hutte e un vicino vasto baraccamento, su versante sud-ovest del massiccio della Marmolada, furono completamente distrutti dai nostri tiri".
[3] Il Nürnberge Hutte - ContrinHaus, oggi rifugio Contrin (q.2.016), era stato realizzato dalla Società Alpinisti della DuÖAV di Norimberga ed inaugurato il 28 luglio del 1897. Per la sua posizione rivestiva un'importanza strategica come punto di osservazione e di accesso alle valli di Fassa e al territorio di Livinallongo. Distrutto il 6 settembre 1915, è stato riedificato e nuovamente inaugurato il 15 luglio del 1923.
[4] I testi di alcune lettere sono tratti dal sito www.cimeetrincee.it - "Ma spero nella mia buona stella" - a cura di Massimo Vitale.