Nazione De Luca Pietro

Grado Soldato

Mostrina  7° Alpini, 268ª cp. battaglione Val Piave

Ritratto

Nato a Valmareno di Follina (TV)

Morto nel 1973 a Montevideo (-URU-)

Decorazioni

Decorazione Medaglia di Bronzo

Mostrò arditezza e coraggio nel combattimento. Colpito abbastanza gravemente, non volle che nessuno lo accompagnasse, per non togliere un difensore dal fronte.
Monte Paterno, 4 luglio 1915

Note biografiche (Archivio Franco Licini e ANA di Conegliano)

Nella frazione di Valmareno di Follina ai piedi delle Prealpi venete, in provincia di Treviso, il 22 agosto del 1893 nasce Pietro De Luca. I suoi familiari sono tutti mezzadri e dividono il prodotto delle loro fatiche coi padroni, i Conti Brandolini, proprietari della terra, delle bestie ed anche della casa in cui abitano, un lungo fabbricato color rosso dipinto con la calce mescolata alla polvere di mattone, uguale a tutti gli altri edifici colonici fatti costruire dai “paròni” che vivono nel loro bel castello, in alto, sopra la collina che domina le campagne. Pietro frequenta le scuole elementari, solo fino alla terza classe però, «perché l’importante è il lavoro» dicono in famiglia. Crescendo diventa un ragazzone grande e grosso particolarmente vivace e ribelle, anche perché sopporta mal volentieri la sua condizione. Non abbassa la testa davanti a nessuno, dice lui mostrando il pugno al castello dei signori! Non sopporta di vedersi a lavorare per tutta la vita come un servo senza poter disporre di se stesso, ed è perfino contento il giorno che gli tocca partire per la “naja”, a Belluno, e non gli dispiace neppure quando, invece di rimandarlo a casa, gli fanno sapere che, ai sensi di un qualche articolo di un certo Regio Decreto, lo trattengono alle armi. Pietro ha compiuto i 22 anni allorché è scoppiata la guerra contro l’Austria, e con la sua compagnia, la 268ª del Battaglione «Val Piave», lo hanno mandato al fronte sopra Misurina, ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Anche lì, tra gli alpini, si mette in vista per la sua esuberanza, e se c'è da menar qualche cazzotto non è di certo tra quelli che si tirano indietro. Se c’è una cosa, poi, che non gli manca di certo è l’appetito, e quando arriva il rancio si fa largo a spallate pur di essere tra i primi della fila. Comunque sia, i suoi compagni gli vogliono un gran bene perché, nonostante gli immancabili mugugni, accompagnati magari da qualche “moccolo”, Pietro non dice mai di no né al proprio dovere di soldato, né al lavoro. Parlando affettuosamente di lui, il suo capitano, Alberto Neri, dice che «Aveva due braccia come due cosce di uomo ordinario e due mani ciascuna delle quali, quand’era aperta, poteva sostituire uno dei moderni ombrellini da signora», anche se qualcun altro ci tiene a precisare che «la parte più robusta resta comunque la panza, sempre pronta ad essere riempita!».
Alla fine di giugno l’alpino De Luca si prepara a partire per un turno di presidio sul Monte Paterno; a comandare il reparto c’é il caporale Eugenio Da Rin, un cadorino che sa farsi rispettare e col quale Pietro va perfettamente d’accordo. Senza colpo ferire quella cima è stata da poco occupata dagli alpini e da lassù, a 2.744 metri di quota, le “penne nere” tengono ora sotto tiro gli austriaci appostati sulla Forcella di Toblin e quelli che provano ad affacciarsi sulle “grave” sotto alle Tre Cime.
Sui fatti di quei giorni saranno fornite testimonianze diverse, talvolta contraddittorie, ma che tuttavia contribuiscono a rendere leggendari i protagonisti di quegli eventi. Ad ogni modo, il 1° luglio del 1915 il caporale Da Rin parte da forcella Passaporto con una pattuglia di 12 uomini. È diretto alla cima del Paterno per dare il cambio ad un plotone della 75ª compagnia del Cadore. Con lui ci sono, tra gli altri, due trevigiani della Valle di Soligo, gli alpini De Luca e Possamai. Cento metri sotto la cima, alla forcella del Camoscio, la pattuglia di Da Rin incontra il tenente Cadamuro della 267ª compagnia che è lì a difendere col suo plotone la postazione di un pezzo d’artiglieria. Salendo più in alto, sei uomini vengono lasciati a controllare gli accessi principali, mentre gli altri raggiungono il riparo sistemato a poca distanza dalla vetta. Sulle posizioni più avanzate, protette da muretti a secco, gli uomini si danno il cambio giorno e notte nei turni di vedetta. I sei alpini con il caporale venivano riforniti mediante un lungo filo di ferro tra la cima e una sottostante forcelletta; all’ora consueta una voce gridava dal basso: «Uhii, campaner, tira su» e il «campanaro» di turno si tirava su la marmitta fumante a forza di muscoli. Passano così tre giornate abbastanza tranquille durante le quali Da Rin non ha nulla di rilevante da segnalare ai suoi, giù a valle, ma all’alba di domenica, il 4 luglio del 1915, si scatena l’inferno: alle 4 di mattina le artiglierie e le mitragliatrici piazzate sulla Torre di Toblin e sul Sasso di Sesto aprono il fuoco accanendosi contro il Paterno. Gli alpini restano ben defilati al riparo delle rocce rendendosi conto quasi subito che non si tratta di una normale schermaglia, ma piuttosto del fuoco di preparazione d’un attacco. Gli austriaci, infatti, pentiti di non aver dato la giusta importanza al possesso di quella posizione, hanno appena inviato una pattuglia di esperti alpinisti a tentare l’ardua impresa di impadronirsi di quella cima. A condurre il manipolo di pochi uomini c’è la guida Sepp Innerkofler, un cinquantenne di Sesto che del Paternkofel conosce ogni anfratto. Vi è salito più di una volta, in tempo di pace ed anche nei primi giorni di guerra quando nessuno vi aveva ancora messo piede. L’aveva ben detto lui al suo comandante, il capitano Jaeschke, che quella vetta era di cruciale importanza, ma quello gli aveva risposto “nicht wichtig!”, non è importante. E adesso che le cose si erano fatte più difficili, ecco che bisognava rischiare la pelle per un’impresa che prima sarebbe stata una semplice scampagnata! Attratti dal poderoso bombardamento sono in molti quel giorno a puntare il binocolo verso la cima del Paterno, italiani e austriaci, compreso il figlio di Sepp che avrebbe voluto accompagnare suo padre e che invece è lì, costretto a seguirlo con lo sguardo dalla Forcella di San Candido. Da Forcella Lavaredo c’è anche il tenente medico Antonio Berti che, mettendo a fuoco la scena, si accorge subito di quella pattuglia che, nonostante i tiri d’artiglieria, s’inerpica lungo la parete rocciosa. Dopo due ore i cannoni finalmente tacciono e gli alpini che presidiano la vetta saltano dentro la trincea avanzata. Si accorgono ad un tratto degli assalitori ormai vicini ed iniziano a sparare e se non bastasse, a gettare pietre verso il basso. Gli austriaci, divisi in tre gruppi, si nascondono come possono tra gli anfratti ma Sepp Innerkofler, giunto ormai a pochi metri dalla cima, si sporge per lanciare alcune bombe a mano. La prima esplode e ferisce alla testa Pietro De Luca che, non dandosi per vinto, si alza in piedi con un macigno tra le mani che scaglia con tutta la forza verso il basso. Forse è proprio quella pietra a centrare Innerkofler, oppure è stato il fucile dell’alpino Domenico De Gerone a cogliere nel segno, o invece - come sospetta qualcuno – a colpirlo è stato il fuoco amico del tenente Sersawy che in quel momento sta sparando con la sua mitragliatrice dal Sasso di Sesto. Comunque sia, Sepp alza le braccia al cielo, cade riverso, vola per alcuni metri nel vuoto e s’incaglia nel camino Oppel, morto.
La versione di De Luca è riportata dal sito dell'ANA di Conegliano:
«Ogni tanto vardavo so da basso come i me gaveva ordinà de far. No ghe gera anima viva! Za, no se poi dir, perchè gera un scuro de l’ostrega. Gavevo apena vardà e me gero tirà drio la roccia, come gaveva ordinà Da Rin, perchè scomenziava a spuntar l’alba, quando me vedo comparir ‘na ombra. “Che sia el diavolo?” digo tra de mi, Oh si, altro che diavolo! el gera ‘n òmo e che òmo! L’ombra me voltava la schena e se moveva come se tirasse su un secio da un poso. Go capio, dopo, che i so movimenti i géra par giutar altre persone a rampegarse.
"Maria Vergine benedeta! quelo nol pol esser che un nemigo" go dito tra mi e ghe son saltà dosso. Ostrega, el gera forte come ‘n demonio; ma ciò! anca mi no gero certo de manco de lu! Ghe go dà un stramuson roverso e mentre lu trabalava, go ciapà ‘na piera e ghe go fracassà el sgrugno. El xe andà so pel canalon, senza dir nianca “amen”. Me son sporzuo per veder el so’ tombolon e... Osteria, cossa che go visto! Proprio soto de mi a pochi metri ghe gera ‘na trentena de quei mamaluchi che i se rampegava come formighe. “Da Rin, Da Rin e’ monta" go gridà. Ma no podeva perderme in ciacole e spettar Da Rin; e go ciapà piere drio piere e, zò e dai, e lòri rodolava tirando parlasse che mi no ghe capino ‘n assidente. El caporal Da Rin ze vegnuo sul più bel e xe stada ‘ne fortuna parchè i ga scomincià ‘na sparatoria de canon più fissa de le piere che mi butavo zò. Tuto ‘n te un momento sento ‘na paca ‘nte la testa compagnada da un balon de fogo, vado per tera e digo: “Gesù Maria son morto!”. No gò capio più gnente. Peraltro go sentìo che Da Rin me giutava a levarme in piè; quando che son stà dritto in piè, go dito: Manco mal Da Rin che son vivo! “Maria Vergine, De Luca come i t’à consà” ga dito Da Rin; ma mi go risposto: Cossa votu che sia? No te vedi che stago ‘n piè?
».

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Medaglia del Batt. Val Piave
La mitragliatrice del tenente Sersawy sventaglia altri colpi verso la vetta del Paterno e le pattuglie austriache, pur non riuscendo a recuperare il corpo del loro comandante, ridiscendono mettendosi in salvo. Sarà Angelo Loschi, un alpino studente in medicina, che assieme al suo compagno Vittorio Vecellio recupererà qualche tempo più tardi la salma della guida alpina di Sesto, ricomponendola in una tomba improvvisata sulla cima del Paterno.
Il Diario Storico del Battaglione «Val Piave» alla data del 4 luglio 1915 riporta una scarna cronaca degli avvenimenti: “Alle ore 4 un forte cannoneggiamento proveniente dai vari forti nemici si iniziò contro la regione Passaporto Paterno e Forcella Lavaredo. Poco dopo truppe di fanteria nemica con mitragliatrici tentarono di salire sul Paterno per forcella Camoscio e lungo il Passaporto, ma l’azione di fuoco delle truppe del Battaglione Val Piave che guarnivano la regione e della Sezione mitragliatrici del Battaglione riuscì a respingere l’attacco avversario. Continuò ininterrotta un’azione intensa del fuoco d’artiglieria su tutte le località della regione occupata dal Battaglione senza riuscire a prendere le posizioni nostre ma causando la morte del sottotenente sig. Soave nelle trincee non blindate di Forcella Lavaredo e la ferita non grave di un Alpino della 268a sul M. Paterno. La posizione di M. Paterno e Passaporto venne rinforzata durante l’azione da un plotone della 267a [...]”.
Se l’azione austriaca fosse riuscita, tutta l’occupazione dell’Alta Valle Ansiei sarebbe stata in pericolo. Sventato l’attacco, la sera stessa gli alpini di Da Rin ricevono il cambio dagli uomini del caporalmaggiore Giacomo De Carlo della 267ª compagnia e possono tornare a valle soddisfatti di se stessi.
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Monumento ai caduti di Calalzo di Cadore
Dopo pochi giorni il Capitano Neri stava esaminando con un sergente la parete attraverso la quale gli austriaci erano arditamente saliti fino al Paterno e che suggeriva la possibilità di avanzare ulteriormente: «Se si potesse calare per questo canalone... ». «Mi digo de si; parchè, come xe vegnui su lori podemo andar noaltri»; a rispondere era stato l’alpino De Luca il quale, con la testa tutta fasciata era scappato dall’ospedale da campo. — Cosa fai qua? Perchè ti han fatto uscire in questo stato? — chiese il capitano; e De Luca rispose: — «Miga i me ga fatto vegnir fòra lori! son vegnùo da mi. Cossa vorlo! I me tegniva sempre a 'digieta' par el mal a la testa. Cossa ghe entra, tò, la testa co la pansa mi no lo capisso! E, allora, mi gò ciapà el dò de cope e son vegnùo quassù coi me compagni dove no se conosce la digieta».
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Da un dipinto di Ludovico Pogliaghi
(immagine dal periodico “La Guerra Italiana” 16 luglio 1916)
Il capitano Neri discese in seguito per quelle rocce con alcuni dei suoi alpini piombando sulla posizione nemica ed annientandola. Comunque, il capitano Neri gli farà ottenere una medaglia di bronzo al Valore; inoltre, al caporale Eugenio Da Rin viene concessa una medaglia d’argento.
De Luca segue quindi le vicissitudini del suo battaglione sul massiccio del Monte Cristallo e quindi in zona Tofane, fino al tragico ripiegamento verso linea del Piave dopo gli eventi di Caporetto, assistendo alla disfatta della sua compagnia sul Passo del Fadalto e scampando alla cattura. Per Ponte nelle Alpi, Belluno e Feltre, raggiunge con gli altri pochi superstiti prima Montebelluna, quindi Cittadella dove il «Val Piave» si unisce a ciò che resta del battaglione «Fenestrelle» ed ai Volontari del Cadore, tutti agli ordini del maggiore Cagnolati. Il 14 dicembre del 1917 l’unità combattente è inviata nel settore tra il Grappa e il Monte Asolone dove prende parte alle operazioni di contenimento dell’avanzata delle truppe austro-germaniche fino alla vittoria.
A guerra finita, nel 1919, Pietro De Luca, l’alpino del Patèrno che forse ha posto fine alla carriera alpinistica di Sepp Innerkofler, mette su famiglia con Caterina Possamai, una ragazza di Cison di Valmarino. Socialista ed anarchico, sia per idee politiche, sia per temperamento, nel 1922 decide di lasciare l’Italia trasferendosi con moglie e due figli prima in Francia e poi Sudamerica. Non vuol saperne né della gloria, perché durante la guerra pensa di aver fatto solo il suo dovere di alpino, né di continuare a far da servo spartendo il magro guadagno col Conte padrone della terra che coltiva. Trova lavoro prima in Brasile e poi in Uruguay facendo quindi perdere, forse volontariamente, le sue tracce. Ai parenti rimasti in Italia giungerà dopo molti anni la notizia della sua morte avvenuta nel 1973 nella città di Montevideo.
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Ritratto di Pietro de Luca
Oggi la via ferrata che sale sulla cima del Paterno porta il nome "Innerkofler-De Luca"!