Nazione De Zolt Fausto

Grado Sottotenente

Mostrina  7° Alpini, 75ª cp. battaglione Pieve di Cadore

Ritratto

Nato il 16 novembre 1888 a Campolongo (BL)

Morto il 17 gennaio 1956 a Belluno

Decorazioni

Decorazione Medaglia di Bronzo

Motivazione
LLDD

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Fausto De Zolt nasce a Campolongo, in Cadore, il 16 novembre del 1888. Suo padre, Giuseppe, si dedica al commercio di legname mentre sua madre, Amalia Girardi, pensa a tirar su la famiglia: con Fausto i figlioli sono già cinque, ma dopo di lui Amalia ne metterà al mondo altri tre. Infine, a girare per casa, ci saranno sei giovanotti e due signorine! Già dalle scuole elementari Fausto dimostra la sua propensione per lo studio e suo padre lo asseconda perché, a dargli una mano col lavoro, ci sono già gli altri figli. Fausto invece mette a frutto le sue qualità e con grande soddisfazione dei genitori, a venticinque anni, nell’ultimo giorno del 1912, si laurea in ingegneria civile.
Dopo aver rinviato il servizio militare per motivi di studio è chiamato alle armi e subito inviato a Padova al corso Allievi Ufficiali presso il 58° Reggimento di Fanteria. Destinato in prima nomina al 6° Alpini, conseguito il grado di sottotenente, nel febbraio del 1914 vene destinato al 7° Alpini e subito congedato. Richiamato il 10 marzo del 1915, si presenta alla caserma di Pieve dov’é assegnato alla 75ª compagnia del battaglione «Cadore», agli ordini del capitano Gatto Roissard. Allo scoppio delle ostilità si trova assieme agli alpini del 3° plotone - in gran parte compaesani - a Misurina, pronto a salire ai piedi di quelle tre stupente Cime che al tramonto s’indorano specchiandosi nelle acque del lago. Viene subito chiamato all’azione ed all’alba del 26 maggio partecipa al contrattacco che respinge gli austriaci dal crinale di Forcella Lavaredo. Durante l’intero mese di luglio viene quindi impiegato, assieme ad altri reparti, nell’ardua impresa di trasportare fin sulla vetta della Cima Grande di Lavaredo, a 2.800 metri di quota, un colossale faro che dovrà illuminare l’avanzata notturna degli alpini contro il Toblinger Riedel e contro il Sexten Stein. Alla fine del mese il faro è quasi operativo: l’energia elettrica viene garantita da una linea collegata alla dinamo mossa da un motore Fiat da 24 HP ricoverato in una cavernetta scavata a circa metà parete. A due terzi della salita è stato inoltre posizionato un pezzo d’artiglieria da 65 mm affidato alla 58ª batteria da montagna. Gli uomini di De Zolt non assistono all’accensione del faro e non partecipano alle successive azioni che hanno contribuito a preparare perché, vista la loro precedente esperienza, vengono impiegati, già dal 27 luglio, per occupare il Popera, dando contemporaneamente una mano agli artiglieri della 23ª batteria per issare i loro pezzi da 65/17 fin sulla cima del monte. Il giorno prima De Zolt, assieme al tenente Luigi Tarra ed al tenente Salvetti del gruppo d’artiglieria “Belluno”, affrontando gravissime difficoltà, sono saliti a quota 2.932 metri sulla vetta del Monte Giralba di Sopra. Da quell'eccezionale posto di osservazione hanno studiato un piano d’azione per occupare la cima del Popera e piazzarvi l'artiglieria. C’è un tratto incustodito tra le linee austriache e quelle italiane, e da quelle parti le pattuglie austriache agiscono, quasi indisturbate, insinuandosi verso Forcella Giralba e verso la testata della Val Grande tenute dagli Alpini. L’ordine è quello di occupare la Cresta Zsigmondy, a quota 2.990, e da lì tener d’occhio la situazione e proseguire, se possibile, verso Cima Undici. Con sette dei suoi uomini, assistito anche da Tarra e Salvetti, De Zolt occupa quindi la cima del Giralba, ma proseguire verso Cima Undici è ritenuta impresa pressoché impossibile. Tarra scende per riferire al Comando i risultati della ricognizione mentre De Zolt e Salvetti proseguono faticosamente per il Giralba di Sopra dove una tormenta li costringe a bivaccare alla meglio. Tornati il 29 luglio sul Popera, scelgono il luogo migliore dove fissare l’accampamento, una cengia ben protetta dove può essere piazzata anche l’artiglieria. Il giorno seguente gli artiglieri e gli alpini issano i 460 chili di ciascun pezzo per 200 metri superando uno spigolo mai salito prima di allora. Per oltrepassare i punti più impervi sollevano il materiale con una specie di gru girevole fatta con un tronco d’abete, corde e carrucole. Per un altro tratto usano il nevaio come piano inclinato e con un tronco piantato in una spaccatura della roccia, sistemano una specie di rudimentale funivia. Artiglieri e alpini lavorano senza sosta, anche di notte, con le lampade al collo.
Il 4 agosto, terminata anche quell’impegnativa impresa, De Zolt studia la parete della Cresta Zsigmondy individuando la via migliore per salirla. Da allora quel lastrone roccioso porterà il suo nome: “Parete De Zolt”. Invia quindi tre dei suoi (La pattuglia è composta dagli alpini Lazzarin, Ferrazza e Mina, già esperti rocciatori che hanno contribuito ad issare il faro sulla Cima Grande di Lavaredo.) ad avvisare il comando del reparto di fanteria a Vallon Popera che la Cresta Zsigmondy ed il Monte Popera sono ora occupati dagli alpini ma, disgraziatamente, lungo il canalone Schüster, noto anche come il "canalone omicida", uno di loro, Fedele Mina, scivola precipitando ai piedi del lastrone di roccia verticale. Il 7 agosto, alle 8 e mezza di mattina, giungono a quota 2.990 due portaordini che recano disposizioni per coordinare un attacco al Passo della Sentinella da svolgersi all’alba del giorno stesso. De Zolt e i suoi avrebbero dovuto coprire l’azione da Cima Undici, ma a quel punto non si può fare altro che raggiunge, in tutta fretta, la forcelletta di Cima Undici, quella che in seguito sarà chiamata “Focella della Tenda”, da dove De Zolt stesso assiste al ripiegamento del reparto del capitano Cerboneschi che, salendo da Vallon Popera, ha nel frattempo, infruttuosamente, tentato l’attaccato al Passo della Sentinella.
Sulla Cresta, a quota 2990, gli alpini di De Zolt si dedicano allora a preparare ricoveri e postazioni, li riforniscono di materiale, viveri e munizioni, predisponendosi a passarvi l’inverno. Viene montata anche una carrucola per agevolare i rifornimenti per quando la neve impedirà di passare; sono attrezzati anche Forcella della Tenda e qualche posto di vedetta in posizione avanzata. De Zolt si preoccupa e si dà un gran da fare perché gli uomini abbiano tutto il necessario: abbondanti viveri di riserva, indumenti adatti, stufe e legna in quantità, ma quei lavori di preparazione sono per lui l’ultima impresa di fronte al nemico. Il 19 dicembre del 1915 è infatti chiamato al Commissariato Militare di Bologna dove, come ingegnere civile, viene nominato tenente Commissario, carica che manterrà anche nel dopo guerra, fino alla metà del marzo 1920 quando sarà congedato col grado di capitano. Da allora in poi De Zolt s’impegna per la ricostruzione del Comelico progettando, nel contempo, numerose opere tra le quali il campanile di Candide e l’asilo di Santo Stefano. Nel 1921 promuove l’avviamento dell’Istituto Professionale e nel 1922 realizza il progetto per una linea ferroviaria tra Comeglians e Sappada con collegamento a S. Stefano e Calalzo col proseguimento per S. Candido e Dobbiaco. Suo anche il progetto del Palazzo Municipale di S. Stefano, anche se l’opera sarà realizzata più tardi dall’architetto Riccardo Alfarè. Richiamato alle armi nel 1935 come 1° capitano, nel gennaio 1937 milita in Africa Orientale nel Regio Corpo delle Truppe Coloniali presso l’intendenza di Addis Abeba (Eritrea) dove rimane fino all’aprile 1939 quando viene rimpatriato e congedato. Riprende quindi il suo lavoro di ingegnere assieme al collega Mario Baratto, ma nel maggio 1940, alla vigilia dello scoppio della II Guerra Mondiale, viene nuovamente richiamato e inviato alla 3ª Delegazione Provinciale di Bologna per le fabbricazioni di guerra. L’8 settembre del 1943 sfugge alla cattura da parte dei tedeschi e nel maggio del 1945 viene congedato definitivamente col grado di maggiore. Nello stesso mese è nominato Sindaco del Comune di Santo Stefano - il primo ad essere eletto democraticamente. Riprende quindi la sua attività professionale fino alla scomparsa avvenuta a Belluno il 17 gennaio del 1956.