Nazione Del Vesco Giovanni

Grado Sottotenente

Mostrina  Volontari Alpini di Feltre e Cadore

Ritratto

Nato il 15 agosto 1885 a Sedico (BL)

Morto il 2 giugno 1953 a Codissago (BL)

Decorazioni

Decorazione Medaglia d'Argento

Già distintosi in diverse operazioni ardite e difficili di alta montagna, il 9/7 riuscito vano un primo attacco con estrema audacia, mediante difficile e pericolosa discesa con fune, riusciva a scendere uno strapiombo e a completare l'accerchiamento di un plotone nemico costringendolo alla resa.
Tre Dita - Tofana I, 10 luglio 1916

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

A Sedico, in provincia di Belluno, il 15 agosto del 1885 viene alla luce Giovanni, il figlio di Valentino Del Vesco-Fantina e Marianna De Nart. Non ha ancora cinque anni quando, nel giugno del 1890, suo padre decide di trasferirsi a Castellavazzo, un paese incuneato nella valle del Piave non distante da Longarone. Da quelle parti infatti il lavoro non dovrebbe mancare, anche perché l’imprenditore Gustavo Protti ha deciso, proprio allora, di costruire una fabbrica di carta e cartone che, una volta entrata in funzione, potrà certamente contribuire al sostentamento di numerose famiglie. Giovanni cresce tra Castellavazzo e Codissago, frequentando dapprima le scuole elementari, poi la quinta e la sesta classe, per recarsi infine a Belluno dove si iscrive al corso triennale della Scuola Industriale. Alterna lo studio a un po’ di lavoro e quando all’età di 25 anni si presenta alla visita di leva, dichiara di essere impiegato come cameriere. Avendo seguito i corsi di tiro a segno nazionale è dispensato dall’istruzione e viene iscritto nei ranghi della milizia mobile con l’obbligo di rispondere, in caso di guerra, alla chiamata della milizia V.C.A., il Corpo Volontari Ciclisti e Automobilisti.

Brevetto
Il Brevetto di Nomina di Giovanni Del Vesco

Per Giovanni è però arrivata l’ora di metter su famiglia, anche perché la morosa aspetta un figlio, e così il 5 ottobre del 1912, a Longarone, porta all’altare la ventunenne Teresina Carlon che tre mesi più tardi mette al mondo il loro primo figliolo. In ricordo del nonno materno decidono di chiamarlo Vincenzo, mentre al nonno paterno, Valentino, dedicheranno il nome del secondogenito che nascerà da lì ad un anno e mezzo. Con un po’ di apprensione, avendo a carico la moglie e due figli, e dovendo lasciare il posto di lavoro che ha appena ottenuto al cartonificio di Codissago, il 4 maggio del 1915 Giovanni riceve l’ordine di reclutamento ed il 22 aprile si deve presentare a Belluno all’8° Battaglione V.C.A. Un mese più tardi è quindi inviato a prestare servizio a Feltre, nel Corpo Volontari Alpini, col grado di sottotenente e l’incarico di Capo Plotone nella 2ª compagnia.
Tra le montagne bellunesi i volontari feltrini affinano, con lunghe marce ed arrampicate in roccia, la preparazione fisica e si esercitano al tiro ed alla tattica militare fino alla metà di agosto quando, finalmente, vengono chiamati all’azione. Rifornito del minimo necessario, il giorno 24 il reparto lascia la stazione di Feltre salutato dalla popolazione e dal Sindaco, il medico Bortolo Bellati (padre di Valerio Bellati) che, per buon auspicio, dona ai volontari una bandiera tricolore. In treno fino a Bribano e poi a piedi lungo la Val Cordevole, la compagnia si trasferisce in zona Marmolada ma da lì a poco viene messa a disposizione del 7° reggimento Alpini che opera in Val Costeana. Con una lunga marcia, per Selva di Cadore ed il Passo Giau, gli alpini volontari raggiungono Campo di Sotto, nei pressi di Cortina, dove il colonnello Tarditi ha in serbo per loro l’ardita impresa di conquistare la vetta della Tofana I. L’11 settembre il reparto è a Forcella di Fontana Negra ed una settimana più tardi l’operazione può avere inizio: al caporal maggiore Vittore Facchin viene assegnata la pattuglia di esploratori composta da 7 uomini, col primo plotone il sottotenente Felice Ceccato costituisce l’avanguardia ed il comandante Dazio De Faveri si mette alla testa dei rimanenti tre plotoni, uno dei quali agli ordini del sottotenente Giovanni Del Vesco. Sotto il peso degli zaini stracarichi di munizioni e materiale di sopravvivenza, armi in spalla, i volontari procedono guardinghi e silenziosi scavando gradini nel ghiaccio ed issandosi reciprocamente con le corde di Manilla. Alle 8 di mattina del 18 settembre sono a 200 metri dalla vetta e poco più tardi, con un ultimo balzo, sorprendono i difensori. La cima è conquistata ed i tedeschi del 3° reggimento Jäger che la presidiano (pur non essendo ancora la Germania ufficialmente in guerra contro l’Italia) si danno alla fuga. I volontari tentano di spingersi anche verso le Tre Dita, un posto di vedetta d'artiglieria sopra il Masarè, e sull’altro versante si affacciano sopra al Castelletto, ma constatate le difficoltà di agire concretamente, in entrambi i casi le azioni si limitano alla semplice osservazione delle posizioni avversarie.
Tra il 24 e il 25 settembre il sottotenente Giovanni Del Vesco partecipa all’occupazione dell’Osservatorio, un punto strategico sul costone nord-ovest della Tofana situato tra la vetta e le Tre Dita. Alcuni volontari muoiono nell’azione ed altri sono gravemente feriti dal fuoco delle artiglierie austriache che prendono di mira la posizione appena perduta dagli jäger. In fine, a presidiare l’Osservatorio restano una ventina di uomini che, oltre ai contrattacchi nemici, devono sopportare il freddo intenso e la pioggia che cade copiosa per poi tramutarsi in neve, fino a quando, finalmente, la notte del 27 ricevono il cambio e possono risalire verso Cima Tofana e da lì ridiscendere al comando di Vervei per riferire al colonnello Tarditi i dettagli dell’impresa appena compiuta.
Dopo essersi ricostituiti a Belluno, l’11 dicembre i volontari rientrano in Val Costeana e Del Vesco, con una cinquantina di uomini, ritorna a Punta Marietta ed a Cima Tofana 1a per dare il cambio agli alpini della 106ª compagnia. A dispetto del manto nevoso ormai abbondante ed una valanga che investe i baraccamenti, vengono eseguiti lavori di rafforzamento delle due posizioni, migliorate le vie di accesso e potenziati i collegamenti telefonici. Salvo qualche turno di riposo a valle, i volontari presidiano le postazioni fino alla primavera del 1916 quando il loro comandante, il tenente De Faveri, per motivi di salute (o forse per qualche altro ignoto motivo ...) lascia il reparto.
Nel frattempo, a febbraio, è iniziato lo scavo della galleria per la mina che, una volta per tutte, dovrebbe risolvere il problema del Castelletto della Tofana sloggiando gli jäger da quel picco: strategico per loro, alquanto fastidioso per gli alpini. Mentre nelle viscere della montagna i minatori condotti da Malvezzi e Cadorin procedono nella loro opera, alla fine di giugno, in superficie, due provetti alpinisti, il tenente Ottolenghi e la guida valdostana Gaspard, risalgono un canalone ancora inviolato ed a quota 2.900, sboccano nei pressi di uno sperone roccioso solcato da una sottile cengia inclinata. Appena più avanti lo sguardo si allarga sulla Val Costeana, ma quel che più importa, da lì si domina il colmo del Castelletto. Intanto da Cima Tofana, calandosi pericolosamente lungo il costone sud-ovest, anche Del Vesco, con alcuni dei suoi, ha raggiunto i due rocciatori e quell’angusto davanzale viene attrezzato, anche se un po’ alla meno peggio, per poter essere stabilmente presidiato dai volontari che da lì a poco lo doteranno anche di una mitragliatrice e un lanciabombe. Intanto, sull’altro versante, verso il Masarè, per battere il rovescio della linea austriaca si stanno svolgendo altre operazioni, sulle rocce della Nemesis e in direzione delle Tre Dita. All’azione è stato chiamato anche il battaglione Antelao e la notte sul 9 luglio il tenente Luigi Verzegnassi col 2° plotone della 96ª, è partito da Forcella Fonta Negra ed all’Osservatorio si è unito ai volontari feltrini coi quali tenta la discesa verso le Tre Dita. Contemporaneamente agisce anche il sottotenente Tabacco con un plotone della 150ª, ma pur riuscendo ad avvicinarsi ai posti di guardia austriaci, per le difficoltà del percorso e per la reazione dei difensori, i reparti sono costretti a ripiegare. A mezzanotte Verzegnassi ritenta l’attacco, questa volta appoggiato dall’alto da una trentina di volontari guidati da Del Vesco. Il Diario Storico del Battaglione Alpini Feltre riporta:
9 luglio 1916: Si riceve l’ordine di operazione per la conquista del Masarè e Tre Dita. La Compagnia concorre con le 2 armi della sezione mitragliatrici passando a Punta Marietta e l’altra con il compito di avanzare su Tre Dita.
10 luglio 1916: Una frazione di Volontari guidata dal Capo Plotone sig. Del Vesco, col concorso di un Plotone della 96ª Compagnia, conquista la posizione Tre Dita catturando al nemico una mitragliatrice molti fucili, e facendo 23 prigionieri con l’ufficiale.

Tutti sono avanzati nel buio e nel silenzio più assoluto, portandosi al seguito la mitragliatrice che viene ben piazzata a copertura dell’attacco. Stavolta la sorpresa è riuscita: sette uomini si sono collocati allo sbocco sud del camminamento, altri sette dall'altra parte, gli altri si sono gettati al di là dei reticolati; i difensori sono stati costretti alla resa. Per questa azione a Del Vesco sarà concessa la Medaglia d’Argento, mentra a Verzegnassi quella di Bronzo.
Ai primi di luglio le opere di scavo della mina sotto al Castelletto sono ormai ultimate. I lavori hanno impegnato 120 alpini minatori che, alla fine, hanno scavato 2.200 metri cubi di roccia. Alle 3 e mezza dell'11 luglio la mina di 35 tonnellate di gelatina esplode; ora si tratta di sloggiare i superstiti dalla cima devastata e, finalmente, occupare quella tanto contesa posizione. Risalire la galleria risulta impossibile a causa dei gas che, dopo l’esplosione, ristagnano al suo interno, ed anche il canalone tra la Tofana ed il Castelletto, nonostante ripetuti tentativi, si rivela impraticabile per la continua caduta del pietrame instabile. Gli sforzi si ripetono per tutta la giornata ed a complicare la faccenda si aggiungono ora le ombre della sera e poco più tardi il buio completo. Del Vesco, che dopo l’azione alle Tre Dita si trova a riposo a Vallon Tofana, viene contattato telefonicamente dal maggiore Alberto Neri che coordina le operazioni per la definitiva presa della roccaforte nemica. Neri lo mette al corrente della situazione chiedendogli consiglio e Del Vesco risponde mettendosi a disposizione per tentare anch’egli una sortita. Raggiunge le baracche dei minatori a dorso di mulo, e dopo aver raccolto informazioni sul da farsi, con 15 volontari tenta di salire le ghiaie del canalone. Per l’instabilità delle rocce che cadono continuamente dalle sovrastanti pareti deve anche lui abbandonare quella via, decidendo piuttosto di tentare un altro percorso. Per un tratto risale la galleria della mina, che nel frattempo si è liberata dei gas ristagnanti, uscendo poi da una feritoia per attaccare da lì l’arrampicata lungo il Camino dei Cappelli, una larga fenditura lungo la parete della Tofana strapiombante a tal punto che, per salirvi, gli alpini sono costretti ad inclinare la testa all’indietro, tanto - per l’appunto - da perdere il cappello. Causa le ingenti difficoltà, per superare un dislivello di un’ottantina di metri, i volontari impiegano cinque ore. Nonostante alcuni feriti per il cedimento di pezzi di roccia malfermi, e tra questi lo stesso Del Vesco che viene colpito a un ginocchio, al colmo del Camino i volontari assaltano con successo una postazione di vedetta austriaca. I suoi occupanti si danno precipitosamente alla fuga e abbandonano sul posto un compagno esanime ed un bel po’ di armi e di materiale. Del Vesco prende allora contatto col sottotenente Umberto Tazzer che presidia in quel momento la vicina posizione dello “Scudo” e che è dotata di una linea telefonica. Può così aggiornare il maggiore Neri sugli sviluppi dell’azione. Lascia alcuni uomini di retroguardia e con gli altri prosegue per una stretta cengia fino a un ripido canalone inclinato che lo porta nei pressi del cratere della mina. Presi d’infilata dal tiro di una mitragliatrice, alcuni volontari vengono feriti, compreso Del Vesco che viene colpito da un proiettile che gli attraversa il braccio destro ed il fianco sfiorando, in uscita, la spina dorsale. Nell’impossibilità di proseguire l’azione, i volontari feltrini che per primi hanno messo piede sul Castelletto, devono tornare faticosamente sui loro passi. Altre pattuglie, nel frattempo salite sul cratere, riusciranno più tardi a vincere l’ultima resistenza degli jäger superstiti. Lo steso maggiore Neri avrà modo di ricordare che: “[...] Del Vesco giunse sulla sconquassata cima prima ancora di Soave, tanto è vero che, nel buio della notte, ci furono degli scambi di fucilate tra le due pattuglie, fucilate che servirono splendidamente alla nostra causa, perché il nemico, vedendosi preso tra due fuochi, senza conoscere la forza delle due pattuglie, si arrese” (Da pag. 8 de “L’Alpino” n. 10 del 15 maggio 1931).
Del Vesco, col braccio fuori uso, impiega quattro ore per risalire la parete della Tofana e confortato da qualche sorso di liquore, viene poi calato con una corda fino alla base del Camino dei Cappelli. Medicato alla bell’e meglio, viene quindi trasportato all’ospedale di Tai dove incontra l’amico Piero Pieri, anch’egli ferito in un primo tentativo di assaltare il Castelletto. Con lui ha già spartito disagi e pericoli, ora condivide anche i letti d’ospedale, prima a Tai e qualche giorno più tardi a Crocetta Trevigiana. A riconoscimento di quell’impresa, il 22 agosto il colonnello Tarditi fa consegnare a Del Vesco una decorazione inglese: una croce argentata che, più che altro, dà l’impressione di essere un premio di consolazione. “Molte furono le ricompense date per tale fatto d’arma. – dirà Del Vesco – Della mia squadra 11 sono stati decorati al valore ed io che in testa li ho guidati volontario con la sicurezza di aver 99 probabilità di rimetterci la pelle, ho avuto soltanto belle parole, proposte smarrite, promesse non mantenute. Però non importa, sono felice al pensiero che nessuno potrà togliermi l’orgoglio di aver fatto il mio dovere”. Per la ferita riportata quel giorno, sarà più tardi autorizzato a fregiarsi di un distintivo d’onore, una barretta da appuntare sulla manica della giubba.
Nel settembre del 1916 Giovanni viene dimesso dall’ospedale e, sempre a Crocetta, trascorre il periodo di convalescenza. Il 12 novembre gli giunge intanto la lieta notizia di essere diventato padre per la terza volta e, rientrato in famiglia per una breve licenza, può riabbracciare finalmente la sua Teresina e meravigliarsi per la prima volta del piccolo Pietro. Indossata di nuovo la divisa Giovanni fa quindi ritorno in Val Costeana dove, frattanto, i volontari feltrini sono stati chiamati a presidiare una cengia incisa sulla parete nord della Tofana ed affacciata sulla Val Travenanzes, l’ampio canalone dove, fra il 29 e il 30 luglio, si è svolto un sanguinoso e improduttivo attacco da parte degli alpini. In onore del suo scopritore, quel davanzale di roccia ha preso il nome di “Cengia Polin”. Il 15 ottobre del 1916 Giovanni Del Vesco riceve il brevetto di nomina a Capo Compagnia dei Volontari Alpini.
Per alleggerire la pressione degli avversari sulle posizioni da lui occupate sul Piccolo Lagazuoi, il maggiore Ettore Martini, comandante del battaglione Val Chisone, verso la fine di agosto occupa il “Gradino occidentale di Cima Falzarego”, una posizione favorita da alcune grotte naturali e difficilmente attaccabile dall’alto perché separata dalla cima principale da un profondo salto di roccia. Da quell’appostamento le colonne che rifornivano Cengia Martini e Punta Berrino erano continuamente molestate; ora, in mano agli alpini, il Gradino deve essere presidiato e rinforzato. Il sottotenente Del Vesco assume quell’incarico e dal 26 ottobre, con una trentina di uomini - tra i quali una squadra di minatori - provvede alla costruzione di alcuni ricoveri, alla sistemazione dei magazzini, al miglioramento del camminamento verso la forcella Travenanzes ed alla costruzione di una teleferica di collegamento con “Base Canalone Falzarego”, un villaggio di baracche che fa da deposito di materiale e munizioni. Il 19 novembre il comando del Gradino passa al sottotenente Francesco Capretta perché il 16 dicembre Del Vesco si reca ad Auronzo per frequentare il corso invernale rivolto agli ufficiali. Vi resta fino all’11 gennaio del 1917 ed al suo rientro viene subito impiegato coi suoi volontari per rifornire la Cengia Martini del materiale necessario alla preparazione di una contromina destinata a contrastare il lavoro di scavo che gli austriaci stanno eseguendo nelle viscere del Piccolo Lagazuoi nell’intento di insidiare le postazioni italiane. Si reca inoltre, nello stesso periodo, alla Cengia Polin per rendersi conto di persona dello stato dei lavori di rafforzamento e di collegamento di quella base strategica che, dal 30 di giugno, passa sotto la sua diretta responsabilità. Del Vesco, promosso al grado di tenente, ha infatti assunto il comando dell’intero reparto dei volontari feltrini succedendo nell’incarico al capitano Luigi Seracchioli che, nel frattempo, è stato destinato ad una compagnia complementare del battaglione Belluno in partenza per il fronte dell’Isonzo dove si sta preparando l’assalto all’altipiano della Bainsizza.
Il cambio della guardia in Val Costeana ha visto l’arrivo di nuovi reparti alpini in sostituzione di quelli inviati al fronte orientale ed i volontari di Del Vesco, rimanendo in zona Tofane, passano quindi alle dipendenze del colonnello Olivo Sala, comandante del 14° Gruppo alpini. Il presidio di Cengia Polin viene mantenuto e migliorato, specialmente in previsione dell’ormai prossima stagione invernale, e si pensa di dotarlo anche di una teleferica che faciliti gli approvvigionamenti, ma il 24 ottobre del 1917 gli eventi precipitano. Dalle parti di Caporetto il fronte ha ceduto e per non rimanere isolate, anche le forze operanti sulle Dolomiti si devono sollecitamente ritirare sulla nuova linea del Piave e del Monte Grappa. Il 2 novembre giunge l’ordine e i volontari discendono la valle del Boite fino a Tai dove li aspetta un treno che, in tutta fretta, li porta alla stazione di Alano-Fener-Valdobbiadene. Con l’approssimarsi delle avanguardie austriache, Del Vesco con i suoi uomini è inviato sulla sponda sinistra del Piave a protezione del ponte di Vidor. Insieme agli alpini dei battaglioni Val Pellice, Val Varaita e Monte Granero costituisce una testa di ponte che, resistendo a ripetute incursioni ed assalti, permette alle truppe in ritirata e alla popolazione di defluire verso la riva destra del fiume. La lunghezza della linea di difesa supera i 4 kilometri ed i volontari feltrini, con la 981ª compagnia mitragliatrici, costituiscono l’ala destra dello schieramento. A sera inoltrata del 10 novembre viene inviato l’ordine di ritirarsi al di là del Piave, ma su dodici messaggeri solo due riescono a recapitare il dispaccio. Ai volontari l’ordine non arriva ed è ormai troppo tardi per sfuggire all’accerchiamento, anche perché il Piave è in piena e l’unica via d’accesso all’altra sponda è il ponte che alle 8 di sera è stato minato e distrutto. Barricati tra le mura dell’Abbazia di Santa Bona i volontari resistono fino all’estremo, anche all’arma bianca dopo aver esaurito le munizioni, ma alla fine devono desistere. Le perdite sono numerose e chi sopravvive viene fatto prigioniero. È catturato anche il tenente Del Vesco che, assieme ad altri ufficiali, viene condotto prima ad Udine e poi a Pordenone dov’è sottoposto ad interrogatorio per essere quindi internato al campo di concentramento di Nagymegyer, in Ungheria. Lì rimane per quasi otto mesi fin quando, il 30 giugno del 1918, tenta la fuga assieme ad altri 40 ufficiali. Sbucati da una galleria scavata sotto i reticolati, i fuggitivi si danno alla macchia, ma di lì a qualche giorno molti vengono ripresi. Dopo un processo sommario anche Del Vesco viene inviato, per punizione, alla fortezza di Komarom, sulle rive del Danubio, dove trascorre due mesi e mezzo di carcere duro in un sotterraneo oscuro ed umido. Il quel luogo, dirà lui stesso, “il trattamento non ha niente di umano!”.
Il 4 novembre del 1918, lo stesso giorno in cui il generale Armando Diaz annuncia la vittoria dell'Italia e la disfatta nemica, Giovanni viene liberato, e quattro giorni più tardi è a Parma presso il centro di raccolta per prigionieri di guerra. Trasferito a Mantova, nella giornata del 25 rilascia una dettagliata relazione sulle circostanze della sua cattura e sui trattamenti subiti durante la detenzione. Prosciolto definitivamente dal servizio militare alla fine del 1924, l’8 febbraio del 1930 viene iscritto nel ruolo delle forze in congedo del distretto di Belluno.

Congedo
Giovanni Del Vesco in divisa da Ufficiale in congedo. Sul petto espone la Medaglia d’Argento al V.M., la Medaglia commemorativa nazionale della guerra 1915-18, la Military cross medal, la Medaglia ricordo dell’Unità d’Italia, la Croce al merito di guerra, la Medaglia dei Volontari di guerra.

Tornato alla vita civile Giovanni riprende la sua occupazione presso il cartonificio di Codissago, non lontano da casa sua, pur continuando ad impegnarsi per mantenere vive le memorie di guerra. Nel 1919 infatti, anche sulla scorta del diario del capitano De Faveri, è autore dei “Cenni storici riguardanti il Reparto Volontari Alpini «Battaglione Feltre» dal 24 maggio 1915 al 10 novembre 1917”. L’anno seguente nasce Tullio, il suo quarto figliolo, al quale seguiranno poi Elena nel 1922, Franco Italo nel 1925 e Roberto Nazario nel 1927. Giovanni deve innanzi tutto preoccuparsi della sua numerosa famiglia e per questo è costretto talvolta ad astenersi, seppur a malincuore, dagli appuntamenti coi vecchi commilitoni, come nel settembre del 1929 quando scrive a De Faveri rammaricandosi di non aver potuto partecipare ad un incontro organizzato al Rifugio Contrin perché, dice: “[...] anche se il desiderio di intervenire era grande, un caso inatteso e spiacevole mi ha costretto a rinunciare. Mio figlio maggiore che lavorava da allievo fabbro-meccanico presso la Calcementi, e guadagnava 10 lire al giorno, è stato licenziato con altri 60 operai per diminuzione del lavoro [...]”. Ciò nonostante, rispondendo all’appello di Arduino Polla, l’amico col quale ha condiviso anche l’eroica resistenza al ponte di Vidor, il mese successivo Del Vesco è tra i fondatori del gruppo dell’Associazione Nazionale Alpini di Longarone. Divenuto più tardi direttore della Cartiera di Verona, a Castellavazzo accetta anche l’incarico di consigliere comunale.
Uomo semplice, buono e silenzioso, che alla Patria, alla famiglia e al lavoro ha dato tutto se stesso”, Giovanni Del Vesco muore quasi d’improvviso, alla soglia dei 68 anni d’età, il 2 giugno del 1953. Dieci anni più tardi, il tragico 9 ottobre del 1963, la sua famiglia verrà sconvolta dai disastrosi eventi del Vajont. La devastante onda raderà al suolo la casa di Codissago uccidendo sua moglie Teresina Carlon assieme al figlio Vincenzo, la nuora Livia Zoldan, i nipoti Marzio, Maria Teresa, Antonio e Giovanni, la nuora Luciana Rimini, moglie di Franco, ed i nipoti Lorella e Fulvio, e l’altro figlio Roberto con la nuora Aurora Giradri coi nipoti Giovanni e Fabrizio. Altri parenti saranno inoltre ritrovati tra le macerie di Longarone aggiungendosi al triste elenco delle vittime.

Famiglia Del Vesco
La famiglia Del Vesco con al centro Giovanni e la moglie Teresina,
la figlia Elena e i sei figli maschi: Valentino, Vincenzo, Tullio, Pietro, Roberto e Franco

Ringraziamenti

Un particolare ringraziamento va ai nipoti Roberto Del Vesco (figlio di Franco) e Giovanni Del Vesco (figlio di Valentino) per aver gentilmente condiviso le informazioni e le fotografie che hanno reso possibile la composizione di questi appunti, a ricordo di un uomo semplicemente orgoglioso di essere stato utile al prossimo. Si ringraziano inoltre, per la gentile disponibilità, l’Archivio storico del Comune di Belluno, l’Ufficio anagrafe del Comune di Sedico, l’Archivio di Stato di Belluno e l’Archivio Storico dell’Ordine Mauriziano di Torino.