Nazione Gioppi Antonio

Grado Colonnello

Mostrina  70° Brigata Ancona e 7° Alpini Val Piave

Ritratto

Nato nel 1863 a Sermide (MN)

Morto il 18 ottobre 1916 sul Pasubio

Note biografiche (dal sito dell'ANA di Trento)

Ufficiale di carriera preparato e brillante, Alpino di nascita, è il colonnello conte Antonio Gioppi, nato a Sermide di Mantova nel 1863 da genitori trentini. I Legionari Trentini hanno sempre e doverosamente esaltato l'eroismo del conterraneo col. Gioppi, ne hanno ricordato le gesta e gli hanno reso onore appuntando la sua medaglia d'oro alla memoria sul labaro della Legione, vicina a quelle di Battisti, Filzi e Chiesa. Gli Alpini trentini, dal canto loro, lo annoverano con legittimo orgoglio fra i loro eroi, ne coltivano e tengono viva la memoria, andandolo spesso a salutare all'Ossario del Pasubio ove è sepolto. La signora Bice Rizzi, per molti anni direttrice del Museo del Risorgimento di Trento, patriota ed irredentista, scomparsa il 27 aprile 1982, così scriveva di Antonio Gioppi nella rivista «Trentino» - Annata 1938, pagg. 161-163: «Ed è tempo che il Trentino rivendichi a sé (senza togliere a Sermide mantovana l'onore di avergli dato i natali) il nome e la memoria di questo valoroso, la cui medaglia d'oro bene e giustamente brilla sul labaro della Legione Trentina. Ché egli è di puro sangue trentino, figlio cioè di Maria Antonietta Cofler di Rovereto e del dotto Giacomo conte Gioppi nato a Campi di Riva nel 1820. La nobile famiglia Gioppi figurava fra le notabili roveretane e di Riva di Trento già dal 1554 ed un Antonio si era distinto per atti di valore nell' assedio di Vienna del 1683 per cui Sobieski, re di Polonia, gli aveva concesso di aggiungere allo stemma di nobiltà il motto: Pro rege Armatus'".
Maria Antonietta Cofler era andata sposa a 22 anni al conte Gioppi che frattanto si era stabilito a Mantova quale notaio. Colà qualche anno prima aveva conosciuto le luminose figure di Enrico Tazzoli, di Carlo Poma (i futuri 'martiri di Belfiore'), il confortatore di questi, Monsignor Luigi Martini, Giovanni Arrivabene e Roberto Ardigò. Ritornando a Mantova quale sposa fu subito bene accolta fra le dame dell'aristocrazia che nel '52 erano state destinate a recarsi a Verona per chiedere a Radetzky la grazia per i condannati politici. Novantenne ripeteva con un tremito nella voce il racconto dell'esito infelice di quella missione, udito dalla viva voce di quelle stesse dame. E quando nel marzo 1867 Garibaldi fu accolto trionfalmente nella città di Mantova, essa ebbe la somma gioia di lanciare sull'Eroe dal balcone del palazzo Gioppi una corona da lei stessa intrecciata: il Condottiero l'infilò prontamente ed elegantemente nella sua spada ricambiando l'omaggio con un commosso sorriso.
Antonio, nato nel 1863, era il quartogenito dei dodici figlioli. Della sua origine trentina era orgogliosissimo: fervidamente sentiva l'amore della terra natale dei suoi padri ove si soffriva e si lottava per la redenzione. Fatto adulto scelse la carriera militare come la più aderente all'aspirazione della famiglia e dell'ideale in cui era stato educato e cresciuto. Quando l'Italia entrò in guerra fu tra i primi a chiedere e a ottenere di essere mandato al fronte e la vecchia madre lo vide partire con commosso orgoglio. Colonnello al 7° Regg. Alpini partì per il Cadore (Tre Cime di Lavaredo) poi col 70° Fanteria per Oslavia ove si meritò una medaglia d'argento. Richiamato tra i suoi alpini fu inviato sul fronte trentino. Quale comandante di una frazione del Gruppo E (divenuto poi il 6° Gruppo Alpino) stava organizzandosi a Marostica quando fu dato l'allarme: il nemico aveva rotto le resistenze e scendeva per le valli. Con i suoi alpini risalì con precipitosa prontezza per Val d'Astico, Posina, Passo della Borcola, Monte Maggio sostenendo per due giorni l'urto nemico finché prendendo forte posizione tra Forni Alti a Malga Campiglia, riusciva ad assicurare il fianco destro delle truppe del Pasubio sostenendo ripetuti furiosi assalti nemici in condizioni disagevoli e difficili: la zona era nuda, coperta di neve ancor alta (giugno-luglio 1916), senza trincee, senza caverne, senza appostamenti per l'artiglieria. Privi di tende e di rifornimenti bevevano la neve disciolta e vivevano di animali selvatici. Pure in queste condizioni gli alpini fecero 'spalto ed acciaio della loro fragile umanità'. Per l'opera compiuta in quelle operazioni fu insignito dell'Ordine Militare di Savoia. Nella commozione di quel giorno egli, grande anche nella sua modestia, scriveva alla moglie: "24-IX-1916: Ieri fu giornata di forti emozioni. S.E. ha parlato ai miei alpini in modo commovente ma ha detto troppo bene di me di fronte a tante migliaia di uomini che tutti avevano combattuto e sofferto anche più di me: io avrei voluto nascondermi ... Sono lieto per la mia Mamma che ne sarà orgogliosa. Attendo dalle tue mani come un cavaliere antico, i nastrini delle decorazioni ...".
Continuando nella controffensiva il suo Gruppo si distinse nella occupazione dell'alta Val Posina, di Monte Trappola e di Monte Spil e nel tentativo di conquista del Monte Corno, ed infine all'occupazione di M. Majo. In ottobre per liberare la Vallarsa dalla soggezione nella quale la teneva l'occupazione austriaca dell'Alpe di Cosmagnon fu iniziata una serie di operazioni che finirono con la conquista del Cosmagnon e del Dente Inferiore. A queste operazioni presero parte tutti i battaglioni del Gruppo E: il Dente fu preso e perduto e ripreso per ben nove volte! Durante l'ultima azione il fuoco nemico fece esplodere le munizioni accatastate all'imbocco d'una galleria: il conte Gioppi al suo posto di comando veniva travolto dalle pietre. Fu estratto morente mentre accanto a lui giacevano già morti due altri ufficiali del battaglione Exilles. Dilaniato da orribili ferite spirava il giorno dopo: il 14 ottobre 1916. La motivazione della medaglia d'oro decretata alla memoria del conte Gioppi, ci dice - meglio di ogni commento - del Suo altissimo valore di soldato: "Comandante di un gruppo alpino, impresse alle sue truppe tale slancio e col suo grande ascendente morale trasfuse in esse tale ardimento che nonostante le gravi difficoltà trionfava della fiera resistenza di un nemico in forze, risoluto, conquistando importanti posizioni ed affermandovisi. Sprezzante di ogni pericolo seguendo da presso le colonne moventi ai sanguinosi attacchi, pronto ad intervenire di persona quando le circostanze lo richiedessero, il 13 ottobre al suo posto di comando, battuto da micidiale fuoco avversario, cadeva mortalmente colpito da una granata nemica. Monte Pasubio 9-13 ottobre 1916".
Medaglia d'Argento - "Conduceva con intelligenza e con mirabile costanza per tre giorni consecutivi in numerosi assalti il proprio reggimento contro forti posizioni nemiche, dando mirabile esempio di valore personale. Oslavia, 10-13 novembre 1915."
Ordine Militare di Savoia - "Nell' attacco dell'alta Val Posina preparò l'azione con tale discernimento e la condusse con tanta energia da riuscire a ricacciare successivamente e continuamente l'avversario da tutte le posizioni di fondovalle. Successivamente nell'attacco di viva forza sul versante sinistro di detta valle lanciava le sue truppe con tale impeto da riuscire ad occupare posizioni nemiche solidissime cacciandone i difensori fortemente rafforzàtivi e le manteneva poi contro gli attacchi reiterati e violenti del nemico validamente appoggiati dal fuoco di artiglieria. Dimostrò sempre perizia e coraggio. 28 giugno, 11-12-20-25 luglio 1916."