Nazione Melis Guido

Grado Sottotenente

Mostrina  46° Brigata Reggio

Ritratto

Nato il 12 luglio 1891 a Cagliari

Morto il 15 giugno 1915 presso la 17ª Sezione di Sanità a Pocol

Decorazioni

Decorazione Medaglia di Bronzo

Mostrò slancio, risolutezza e valore negli assalti alla baionetta contro le trincee nemiche. Cadde mortalmente ferito.
Passo Falzarego, 15 giugno 1915

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Guido Melis nasce a Cagliari il 12 settembre del 1891. Appena dopo essersi iscritto al quarto anno dell'Istituto tecnico, nella sezione fisico-matematica, imitando altri suoi compagni, decide di interrompere gli studi per andare a Firenze ad arruolarsi, come volontario, in un plotone di allievi ufficiali di complemento. Vi rimane quasi un anno ed infine, promosso sottotenente, ritorna a Cagliari destinato al 46° Fanteria della brigata Reggio. Il suo reggimento è appena rientrato in sede dopo alcuni mesi di distaccamento a Bosa, sulla costa ovest della Sardegna, alla foce del fiume Temo. Anche il sottotenente Melis, come gli altri ufficiali del II battaglione, viene convocato dal proprio comandante, il tenente colonnello Nicola Campolieti, per ricevere disposizioni per l'imminente partenza per il fronte. Le truppe indossano la divisa grigioverde da battaglia smettendo quella color turchino; vengono ritirati dai magazzini materiali, armamenti e vettovaglie; gli ufficiali fanno affilare le loro spade. Melis, come tutti, si chiede quale sia la destinazione finale, ma solo a Livorno, dopo essere sbarcato dal piroscafo Berenice, viene a sapere che il treno sul quale è salito lo porterà in Veneto, a ridosso del fronte dolomitico. Il primo maggio del 1915 i fanti scendono alla stazione di Castelfranco e quindi per via ordinaria, cioè a piedi, raggiungono una cittadina dal nome ben augurale: Vittorio. Lì, per due settimane, si addestrano con marce ed esercitazioni al fuoco ed alla vigilia della dichiarazione di guerra salgono in colonna al passo del Fadalto. Costeggiando prima il lago di Santa Croce e poi le rive del Piave, passano per Longarone ed il 2 giugno arrivano a Borca di Cadore. Pochi giorni più tardi, passato il vecchio confine, alla periferia di Cortina ricevono il "battesimo del fuoco" che viene loro offerto dai colpi dell'artiglieria austriaca che spara granate e shrapnell sulle loro teste. Scampato il pericolo, i fanti proseguono la marcia fino a Vervei, in Val Costeana oltre Pocol. Pochi giorni più tardi, il 15 giugno, giunge l'ordine di avanzare verso le trincee nemiche sottostanti il Sasso di Stria. Nei ranghi del II battaglione, guidato dal tenente colonnello Nicola Campolieti, il sottotenente Melis viene impiegato in un'azione che, secondo le disposizioni ricevute, deve risolversi in una ricognizione della fronte avversaria allo scopo di valutare la vera forza del nemico. I fanti sono accolti da un fitto fuoco di fucileria e da raffiche di mitragliatrice e vengono fermati dai reticolati che attraversano tutta la valle. Mentre si apprestano a rafforzare le posizioni conquistate, arriva l'ordine di avanzare ad ogni costo, anche perché è giunta dal Comando la falsa notizia che il Sasso di Stria è stato conquistato dagli alpini. L'azione si trasforma in un vero e proprio attacco e, favorito dalla nebbia, il battaglione riprende a combattere portandosi a ridosso delle trincee nemiche. La foschia però si dirada e gli Standschützen prendono facilmente il sopravvento e nonostante i ripetuti sforzi, gli Italiani devono alla fine desistere lasciando sul terreno un centinaio di uomini tra morti e feriti. Tra questi non risponderanno mai più all'appello il capitano Arturo Cernuschi, il tenente Luigi Lai, il sottotenente Raffaele Marras, il sottotenente Vincenzo Palmas, l'aspirante Amsicora Garruccio. Il sottotenente Guido Melis, gravemente ferito al petto, all'addome e tre volte al braccio sinistro, morirà il giorno dopo a Pocol presso la 17ª Sezione di Sanità. Rivolgendosi alla fidanzata, pochi giorni prima Guido le aveva scritto: "[...] se dovrò rinunciare anche alla vita, ed a te, non piangere ma pensa che la nostra fine segnerebbe un altro passo per la vittoria della nostra Italia grande, e che faremo più grande [...] Ma lascia che una lieta e confortante speranza ci sostenga sempre, me nel pericolo, te nell'attesa, che il bacio della partenza non sia stato l'ultimo e che si rinnovi più tenero [...]". Dando il triste annuncio alla famiglia, un compagno d'armi, tenente del suo stesso battaglione avrà modo di scrivere: "In questi lunghi giorni non vivo che con il ricordo del mio amico perduto, perché anche io ho chiuso il suo nome nell'animo come dentro ad un'urna. A parlare dello scomparso io soffro quanto la mamma sua, quanto il padre, la fidanzata, il fratello e le sorelle, che mi ascoltano. Tutte le sere, Guido ed io, accomunati dalla tenerezza verso i cari lontani, parlavamo; qualche volta il presentimento della sua fine mi conturbava lo spirito, col rimpianto delle persone buone e dolci che avrebbe dovuto abbandonare. Ma egli era severo e forte, amato dai suoi compagni, adorato dai soldati, che erano fieri della sua bontà e della sua bellezza. Il Signore ha voluto risparmiarmi lo strazio di assistere alla sua fine, ma la mia angoscia non è meno profonda e non è meno duro lo smarrimento, perché ho perduto la speranza di riabbracciare il mio diletto fratello. Le anime dei giusti sono nelle mani del Signore e non le tocca il timore della morte. Sembra che esse siano trapassate, ma vivono con noi nella pace". Alla memoria del sottotenente Guido Melis sarà concessa una medaglia di bronzo al Valor Militare.