Nazione Tarditi Giuseppe

Grado Colonnello

Mostrina  7° Alpini

Ritratto

Nato il 21 aprile 1865 a Torino

Morto il 27 novembre 1942 a Roma

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Giuseppe Tarditi appartiene a una famiglia cuneese di grandi tradizioni militari. Suo padre, Carlo, ha combattuto tutte le battaglie del Risorgimento, dal 1848 in poi, meritando una medaglia d’argento a Novara e una menzione d’onore nella campagna del 1866 a Borgoforte. Diventato maggiore generale nel 1867, era passato a comandare la Divisione di Bari andando in pensione nel 1872. Sua madre Lidia, vent’anni più giovane del marito, discende della nobile famiglia dei Caccia. Giuseppe nasce a Torino il 21 aprile del 1865 quando suo padre è già cinquantenne. Suo fratello Ernesto[1] viene al mondo ancora più tardi, quando il vecchio generale sabaudo di anni ne ha addirittura 63. Poco dopo il parto, Lidia muore. I due fratelli crescono tra le case di Busca, Centallo e Torino in un ambiente famigliare permeato dai racconti e dai cimeli del vecchio padre militare. Anche Giuseppe vuole intraprendere la carriera militare ed entra all’accademia di Modena che frequenta fino al 1883 uscendone col grado di sottotenente di fanteria. Presta inizialmente servizio nel 42° reggimento della Brigata Modena, ma dopo la promozione a tenente, sceglie di passare nel Corpo degli Alpini diventando capitano nel giugno del 1900. Cinque anni più tardi è a Cuneo, al 2° reggimento, alle dipendenze del Col. Enrico Amaretti col quale collabora per l’organizzazione dei soccorsi a favore delle popolazioni calabresi colpite dal terremoto dell’8 settembre del 1905.
Col grado di maggiore, nel marzo del 1912 Tarditi parte per la campagna di Libia dove ottiene la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia[2], più per la sua abilità diplomatica che non per fatti di guerra. Nel Garian e nel Gebel dimostra di saper esercitare proficue azioni politiche grazie alle quali, al suo rientro in Italia, viene promosso tenente colonnello. Passa quindi al 3° reggimento Alpini ed entra in guerra con il battaglione «Exilles» e dopo il ferimento del Ten. Col. Luigi Pettinati[3], guida interinalmente il «Gruppo Alpini B»[4] nell’azione che frutta al «Susa» la conquista della regione del Potoce sul massiccio del Monte Nero.
Alla fine del 1915 Tarditi viene promosso colonnello e mandato in Val Costeana, alla 4ª Armata, al comando dei battaglioni «Belluno» e «Val Chisone» sostituendo, il 2 settembre, il colonnello Giovanni Arrighi. Già ai primi di ottobre ordina un attacco al Castelletto della Tofana senza però riuscire nell’impresa. Constatata l’inutilità dei sanguinosi attacchi frontali, promuove la realizzazione di una mina avvalendosi dell’esperienza del perito minerario Eugenio Tissi, un sergente che ha avuto modo di conoscere nel 3° reggimento alpini. Tarditi caldeggia anche il minamento della cima del Col di Lana ma, scontratosi col colonnello Peppino Garibaldi, non viene coinvolto direttamente nell’impresa pur avendo inviato tre compagnie del «Belluno» in appoggio agli assalti della fanteria.
Nella primavera del 1916 sostituisce interinalmente nel comando il defunto Cantore ma Tarditi, a differenza del generale, è raramente presente in prima linea e non ama mescolarsi coi suoi subalterni, dimostrando piuttosto un carattere indisponente. Tra le pagine de “Le Aquile delle Tofane” di Luciano Viazzi si ritrova l’episodio del tenente Venier che passando da Vervei durante una bufera di neve, con la mantellina rialzata per proteggersi dal freddo, viene apostrofato da Tarditi che è davanti alla porta del comando: “Tenente, lei non conosce ne’ saluta il suo colonnello?”, al che Venier si ferma quanto basta per rispondergli: “Colonnello, io sto di casa lassù, al Masarè, dove non ho mai avuto l’onore d’incontrarla!”, e prosegue per la sua strada, lasciando Tarditi esterrefatto. E anche gli Alpini, confrontando la sua prudenza con la temerarietà di Cantore, si burlano di lui con i versi di una canzoncina:
“Caro signor Tarditi al Fanis vada lei
Invece di guardarlo da Vervei.”

Il 23 marzo del 1917, promosso maggiore generale, Giuseppe Tarditi lascia la sede di Vervei e a metà luglio si trova a Nimis alle dipendenze del XXVII Corpo d’Armata. Si sta preparando l’XI Battaglia dell’Isonzo e Tarditi assume il comando del Raggruppamento alpino che comprende il 5° Gruppo[5] agli ordini del ten. col. Vittorio Magliano e il 13° Gruppo[6] guidato dal ten. col. Giulio De Negri. Il 18 agosto gli alpini vanno all’attacco della Bainsizza. I combattimenti si protraggono sanguinosi ma agli Alti Comandi gli sforzi compiuti dal Raggruppamento non sembrano sufficientemente incisivi. Un fonogramma del generale Capello, inviato alle ore 15,50 del 21 agosto, ordina a Tarditi: “Intendo assolutamente che coi Battaglioni ai suoi ordini raggiunga al più presto il ciglione dell’Idria nel tratto di fronte che sarà assegnato dal Corpo d’Armata. – Questo ordine che non ammette tergiversazioni né lentezze glielo do’ come Generale e come vecchio Alpino. Soggiungo che gli obiettivi che stabilisco sono: Monte Kal (Kucle-Vrh – q. 771) q. 509 – Bavne; questa sera devono essere raggiunti e domani Zaiana – E’ vincolata la sua responsabilità per raggiungere gli obiettivi suddetti nel modo assoluto e categorico F.to Generale Capello”. Più tardi, alle 19,10 dello stesso giorno, giunge un altro ordine: “Debbonsi assolutamente raggiungere obiettivi: non tentare solamente [...] tutto impone da parte superiori la massima energia – da parte truppa massimo sforzo. Stupisce la parola stanchezza in truppe che in tre giorni, con limitatissima resistenza nemica percorsero pochissima strada orizzontalmente e dislivelli non superiori ai 950 metri. Lasci gli zaini, se non l’ha ancora fatto, ma avanzi ad ogni costo; ora la sua avanzata è agevolata dalla Brigata Taro che agisce sulla sua sinistra. Da parte dei superiori saranno adoperati i mezzi più energici verso le truppe se non avanzassero e le più severe sanzioni verso i loro capi.” Il giorno seguente Tarditi risponde a Capello: “Ho voluto sentire il parere dei Comandanti di Gruppo e gli Ufficiali specialmente competenti delle difficoltà della montagna e tutti concordano sull’impossibilità dell’impresa alla quale quindi ho rinunciato per non sacrificare gli Alpini del Raggruppamento. – La decisione però della rinuncia dell’operazione è esclusivamente mia e quindi su di me soltanto cade la responsabilità”. Alle ore 11,10 dello stesso giorno arriva l’ordine, riservato alla persona del Generale Tarditi, di lasciare il comando di Raggruppamento al colonnello Magliano. Poco conta il parere di Cadorna che lo vorrebbe mantenere al suo posto: il generale Capello non intende cambiare la sua opinione, giusta o sbagliata che sia. Gli Alpini, ora al comando del colonnello Magliano, combattono sulla Bainsizza fino al giorno 25 quando, finalmente, le posizioni da loro conquistate vengono rilevate dai fanti del 274° reggimento della brigata Belluno.
Tarditi è messo nel frattempo a disposizione del generale Ottavio Ragni presso lo Stato Maggiore di Torino e nel gennaio del 1918 viene inviato presso il Quartier Generale francese con l’incarico di disciplinare i numerosi reparti territoriali italiani impiegati nella costruzione delle linee difensive ideate da Pétain e da Foch in previsione dell’offensiva tedesca contro la Francia. Intanto il gen. Capello, che aveva destituito Tarditi durante la battaglia della Bainsizza, lascia definitivamente il comando della V Armata in attesa di giudizio da parte della Commissione d’inchiesta su Caporetto. Finita la guerra il cavalier Giuseppe Tarditi è promosso Generale di Divisione e nel 1926 è fra i primi iscritti alla neo costituita Unione Nazionale Ufficiali in Congedo (UNUCI). Il Presidente designato, il Principe Pietro Lanza di Scalea, nomina tre Vice Presidenti, fra i quali Gelasio Caetani, e come Segretario Generale sceglie Giuseppe Tarditi. Ricoprendo questa nuova carica Tarditi interviene a conferenze e adunate alpine, tornando talvolta in Piemonte per partecipare ai raduni delle Sezioni locali. A Roma, il 27 novembre del 1942, il Generale Tarditi muore all’età di settantasette anni. Riposa ora, com’è inciso sulla sua lapide, “dinnanzi alla cerchia delle sue montagne, nella eterna e serena pace” nel cimitero di Busca.

NOTE

[1] Colonnello comandante di tre squadroni del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, il 3 novembre del 1918, avrà l’onore di issare il tricolore sull’asta del castello del Buon Consiglio in Trento liberata. Morirà nel 1947.
[2] R.D. 22 aprile 1915
[3] Medaglia d’Oro al ten. col. Pettinati: "Con molta energia, singolare perizia e coraggio mirabile, superando difficoltà ritenute insormontabili, seppe condurre le forze a lui obbedienti alla conquista dell'importantissimo, aspro, impervio contrafforte Potoce-Vrata-Vrsic, rendendo così possibile l'ardua successiva operazione alla conquista del Monte Nero. Gravemente ferito da palla nemica, pochi giorni dopo decedeva" (Potoce-Vrata-Za Krain, 31 maggio- 9 giugno 1915)
[4] Il «Gruppo alpini A», comandato dal colonnello Tedeschi, comprende i battaglioni Ivrea, Aosta, Cividale, Val d’Orco, Val Baltea, Val Toce e Val Natisone. Il «Gruppo alpini B», è formato dai battaglioni Pinerolo, Exilles, Susa, Val Pellice, Val Cenischia e Val Dora. Affidato in un primo tempo al tenente colonnello Luigi Pettinati, il 13 giugno 1915, alla vigilia della battaglia, passa agli ordini del tenente colonnello Giuseppe Tarditi. Pettinati infatti, prima medaglia d’oro alpina, colpito il 9 giugno dalla fucilata di un cecchino austriaco, ricoverato a Caporetto, spira 10 giorni più tardi.
[5] il 5° Gruppo è composto dai battaglioni «Val Chisone», «Belluno» e «Monte Albergian»
[6] il 13° Gruppo riunisce i battaglioni «Monte Pelmo», «Monte Antelao» e «Pieve di Cadore»