Attacchi italiani al Passo della Sentinella

Agosto-Settembre 1915

In agosto il comando di brigata italiano ordina la conquista del Passo della Sentinella. L'unica soluzione percorribile appare quella di un'azione combinata lungo due diverse direttrici; sembravano infatti impraticabili i singoli attacchi:
- frontale, dato che il pendio era troppo ripido e stretto e la sorpresa impossibile causa il pietrisco che avrebbe messo in allarme i difensori;
- sul fianco sinistro, data la presenza della parete orientale di Cima Undici.
Su questa idea converge il cap. Cerboneschi (comandante di una compagnia del 70°, brigata Ancona): il suo reparto avrebbe attaccato frontalmente con il grosso delle forze, mentre alcune pattuglie sarebbero avanzate lungo le pendici di Cima Undici. Ma il piano, pur corretto nella sua ideazione, fallì miseramente a causa della mancata sincronia tra i reparti partecipanti. Nel dettaglio ... Il 5 agosto il s.ten. De Zolt manda due alpini lungo il canalone Schüster (noto anche come il "canalone omicida") per avvisare il comando del reparto di fanteria del Vallon Popera che alcuni alpini del battaglione Cadore hanno occupato la Cresta Zsigmondy ed il Monte Popera. Il giorno dopo (lo stesso, secondo il Berti) il cap. Cerboneschi rimanda i due (più quattro dei suoi) lungo lo stesso canalone per chiedere al De Zolt il suo concorso dall'alto all'azione prevista per il 7 mattina contro il Passo.
Poichè non vi era collegamento telefonico, due dei quattro uomini di Cerboneschi avrebbero dovuto ridiscendere, mentre la conferma di De Zolt avrebbe dovuto avvenire mediante segnalazioni ottiche. Ma un giorno intero trascorre senza nessun segno di conferma; Cerboneschi invia altri due uomini ma nel frattempo giunge l'alba del 7 agosto, l'ora fissata per l'attacco. In base agli ordini ricevuti, il Cerboneschi inizia l'attacco con un plotone di alpini e tre di fanteria tenendosi sulla destra a poca distanza dalle pareti della Croda Rossa. Nel frattempo dal Creston Popera e dai due pezzi postati sul Monte Popera piovono granate e shrapnel sul Passo per costringere i difensori a rimanere al coperto. Una squadra di 18 uomini tenta di portare su per il pendio sette scudi di acciaio da utilizzare come trincea mobile, ma il peso eccessivo li convince presto a desistere dal loro ardito proposito. Una pattuglia sale sul Sasso Fuoco e spara sui difensori del Passo e gli attaccanti riescono ad arrivare fino a circa 100 metri dal Passo. Nel frattempo (dopo ben 29 ore!) il De Zolt viene infine informato dell'azione che si sta svolgendo sotto i suoi occhi; tenta di comunicare mediante il lancio di razzi ma gli attaccanti non se ne avvedono. De Zolt decide allora di raggiungere con una pattuglia la Forcella della Tenda ed inizia a sparare sul Passo. Cerboneschi a questo punto scorge gli alpini ma si rende altresì conto che l'azione dall'alto è sfumata, e d'altro canto l'attacco frontale è reso impossibile dalla mitragliatrice del Passo. L'unica soluzione sembra quella di superare il Pianoro: si offrono volontari in otto per tentare di scalare la liscia parete e per agevolare la salita si tolgono pure le scarpe. Ma vengono fatti oggetto dei tiri provenienti dal Monte Popera, dove gli artiglieri li hanno scambiati per austriaci; l'equivoco viene rapidamente chiarito con l'ausilio di un megafono, ma comunque il Pianoro risulta spaccato da una fenditura verticale che impedisce di proseguire. Nel pomeriggio il Cerboneschi (dopo 10 ore e mezza) dà il segnale di ritirata e l'azione si esaurisce col bilancio di 3 feriti. Alle 6 del 14 agosto un plotone di alpini con una compagnia di fanteria (partite dal Vallon Popera) avanza verso il Passo protetta dall'artiglieria del Creston Popera; alle 13 comunque l'azione si infrange. Lo stesso giorno, 50 alpini ricevono l'ordine di occupare la Croda Rossa ma l'azione è un totale fallimento in quanto eseguita senza alcuna preparazione e conoscenza del terreno. Gli uomini partiti dai Colesei si trovano di fronte al Circo Ovest che termina di fronte alle posizioni austriache; per ben tre giorni e tre notti gli alpini si ritrovano in balìa di se stessi ed alla fine rinunciano. Il 1 settembre una pattuglia si porta sul Sasso Fuoco e di lì raggiunge la Selletta del Pianoro. Alle 23 del 2 settembre, 15 alpini e 28 fanti iniziano il terzo attacco, avendo come obiettivo il Canalone III: a 30 minuti di distanza li seguono altri due plotoni e mezzo, guidati dal Cerboneschi. Il freddo e la nebbia suggeriscono di fermare l'azione alle 9 del giorno successivo. Il comando italiano si rende a questo punto conto che un attacco frontale nella zona di Monte Croce non è praticabile, per cui lo sforzo maggiore verrà d'ora in poi diretto contro la zona delle Tre Cime di Lavaredo. Il 3 settembre gli italiani tentano un altro attacco frontale in notturna e senza l'intervento dell'artiglieria per favorire la sorpresa. Il s.ten. Modugno arriva con la sua pattuglia a 20 metri dal canalone vicino al Pianoro del Dito e lì conta 16 fucili austriaci pronti a falciare chiunque si avvicini da quella parte. Alle 9 del mattino arriva l'ordine di sospensione dell'attacco. Il 6 settembre l'offensiva della 10ª Divisione (I Corpo d'Armata) contro la testata della Val Padola (da Cima Vanscuro al Castelliere) non portò alcun esito favorevole, ma solo 400 morti e 1000 feriti.

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