Distruzione del Rifugio Wolf-Glanvell

1 Agosto 1915

Alle 24 del 31 luglio si sarebbe dovuto tentare un attacco a forcella Col dei Bos con un battaglione del 46° ed uno del 54° ma il col. Campolieti la rimanda. Il 1 agosto gli austriaci bombardano la colonna italiana con pezzi da 240 ma nella notte le pattuglie tentano ugualmente di posare i tubi di gelatina, seppur con esito nullo. Lo stesso giorno l'artiglieria italiana inizia la sua opera distruttrice contro il rifugio Wolf-Glanvell che fino ad allora era servito da sede del comando e posto di medicazione.
"Alle ore 9 antimeridiane si ode sibilare repentinamente contro il rifugio Wolf-Glanvell una granata, che esplode alla distanza di circa 200 m. Presto le tien dietro una seconda, che viene a cadere ancora più vicino; una terza scoppia immediatamente dietro il rifugio. Io, che mi trovavo alla distanza di 80 o 100 m, seguo con trepidazione il cannoneggiamento. In un batter d'occhio, nella casa e nei dintorni tutto si anima; tutti corrono e gridano. I feriti leggeri si precipitano all'aperto, chi con le loro robe, chi senza, e cercano riparo dietro i macigni e negli avvallamenti. Jäger e soldati di sanità trasportano fuori dal rifugio i feriti gravi e li mettono al sicuro. Frattanto le granate si susseguono alle granate sopra il Col di Bois e vanno ad esplodere dentro o presso la piccola baita. Il primo colpo centrato demolisce il tetto, le cui scandole nere frullano in aria. Una granata si abbatte nella cucina e, con grande strepito, fracassa le stoviglie e manda in frantumi tutti i vetri delle finestre. Altri proiettili raggiungono il piano superiore e fanno turbinare le piume delle coperte come fiocchi di neve al vento. Una granata cade sulle rocce e i rottami colpiscono un gruppo di uomini che vi si era rifugiato; alcuni Jäger rimangono feriti. Si odono nuovamente alte grida e si vedono parecchi soldati trasportare un uomo fuori del rifugio. È un sergente di sanità, bavarese, che era stato colpito a morte nell'andito da una scheggia. Un cieco furore assale i nostri animi contro il visibilissimo osservatore italiano, che sta sulla Tofana di Mezzo; si invoca l'artiglieria germanica, si impreca, si maledice. A volte una granata colpisce numerosi Jäger radunati in gruppi. Finalmente - dopo mezz'ora circa - gli Italiani cessano il fuoco. Il rifugio era stato preso di mira già 15 giorni prima, tanto che si era incominciato a erigere un muro di protezione, ma l'opera non era stata compiuta. Le batterie nemiche tacevano da appena pochi minuti, che gli Jäger prussiani accorsero nel rifugio ormai distrutto, per gettarvi uno sguardo. Si vide in quei giorni più d'uno mangiare prosciutto, lardo e formaggio, mentre senza le granate italiane si sarebbe dovuto accontentare di pane asciutto. Scoppiarono poi altre granate e gli Jäger si allontanarono a precipizio. Quando io, un'ora più tardi, arrivai al rifugio, vi trovai un'orribile devastazione. Nella cucina tutti i mobili e le masserizie erano in frantumi. Nelle camere, già così accoglienti, regnava uno spaventoso guazzabuglio: letti, tavolo e bagnaruola formavano tutto uno sfasciume. L'orologio a pendolo, invece, al quale io, entrato nella camera dell'ufficiale, avevo dato una piccola scossa, ricominciò (oh meraviglia!) a fare tic-tac, tranquillamente e semplicemente, come se nulla fosse accaduto. Verso mezzogiorno altre due granate esplosero con gran frastuono, costringendo ancora una volta più d'uno, che andava in traccia di lardo e zucchero, a ritirarsi in tutta fretta. Alla sera, allorché entrai per l'ultima volta nello schiantato rifugio, le limpide stelle vi inviavano i loro raggi attraverso le travi spezzate del tetto, e il freddo vento delle Alpi spirava dalle finestre infrante e dai muri squarciati."
Il magg. Spiegel trasferì allora il suo quartier generale sul versante est del Grande Lagazuoi, dove già da tempo era in corso la costruzione di una nuova sede di comando.

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