Nazione Formenton Attilio

Grado Sottotenente

Mostrina  7° Alpini, battaglione Pieve di Cadore

Ritratto

Nato il 17 agosto 1895 a Schio (VI)

Morto il 10 giugno 1916 presso l'OdC 040

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Prima della guerra

Attilio nasce a Schio, in provincia di Vicenza, il 17 agosto del 1895. Suo padre, Albano Formenton, all’età di trentadue anni porta avanti una bottega di pizzicagnolo in una stretta via del centro mentre sua madre, Anna Maria Meneghini, bada alla casa ed appena può da una mano al marito dietro il bancone. A scuola il piccolo Attilio si dimostra volenteroso e capace specialmente negli «esercizi del comporre».
Dopo le scuole elementari si iscrive all’Istituto Tecnico ed è ancora studente quando lo chiamano alle armi, a Belluno, presso il 7° Alpini. Il 12 marzo del 1915 scrive a sua madre riferendo che: “ ... la vita militare, dato il grave momento, assume un aspetto interessante, perché tutti gli sguardi si posano su ogni soldato e il soldato si sente fiero ed orgoglioso di rappresentare in questo momento una parte, benché piccola, dell’Esercito italiano sul quale la Patria ha fondato le sue speranze ed ha affidato il suo avvenire, e si promette in cuor suo di meritarsi nel giorno della prova tutta la fiducia della sua Italia. Sarà pesante e pericolosa la guerra, lo immagino anch’io; si arrischierà la vita cento volte di più del soldato, ma finita la guerra, mi sentirò più degno di portare la fronte alta e potrò con orgoglio pensare che anch’io ho partecipato alla liberazione ecc. ecc. di quello che si farà!! E se lascerò la vita, pensi alla bellezza di morire a 19 anni sul campo dell’onore. Io vedo che anche tutti i soldati desiderano la guerra, guerra popolarissima specialmente nel Veneto e nel Friuli, dove ci sono ancora tante sanguinose tracce del barbaro dominio austriaco. La guerra fa più soffrire le famiglie nelle loro case che i soldati al fuoco. Perché per i soldati è una distrazione continua, un continuo entusiasmo che nessun disagio può soffocare. E il pensiero della famiglia e della mamma che forse piange non nuoce al soldato, anzi gli è di conforto e di coraggio nelle sue fatiche e nei suoi dolori.
E poi, il 18 aprile, già assegnato al battaglione “Pieve di Cadore”, avverte della sua probabile, prossima promozione: “Fra pochi giorni daremo l’esame di sergente, forse gli ultimi, perché il nuovo capitano ci fece capire che allo scoppio della guerra ci promuoveranno ufficiali senz’altro. Quindi spero essere anch’io fra i primi valorosi, fra i primi italiani che cominceranno il fuoco contro il tiranno dei nostri fratelli, fra i primi che entreranno colla baionetta nel Trentino”.

La Grande Guerra

Come preannunciato, Attilio viene promosso sottotenente ed il 5 settembre del 1915 scrive ancora: “Da venti giorni mi trovo qui sotto al fuoco di grandine; di mitraglia son già battezzato e quasi cresimato, aspetto adesso gli ultimi sacramenti, salvo l’ultimo, perché ho piena fiducia di riportare alla mia buona mamma la modesta pellaccia. Pochi uomini ma arditissimi compiono imprese meravigliose. E sono imprese che procurano emozioni così grandi che per qualche giorno si resta come istupiditi. Al fronte si giudicano le cose da un punto di vista più semplice – ed è tutto più semplice qui. La vita che sembra primitiva, i fenomeni di vita e di morte che avvengono ogni giorno formano di noi un altro individuo. Qui non esiste debolezza. E non è neppure forza quella che ci manda contro la morte, serenamente, credo sia una ... abitudine. Sembra che tutti questi ragazzi siano cresciuti con l’arme in pugno ... e si finisce a delle conclusioni strane ... e direi quasi paurose sulla psiche dell’uomo. Però non creda che l’uomo degeneri, perché basta un piccolo fatto per risvegliare in lui sentimenti gentili. E se nella notte si preparano indifferenti ad una azione, il mattino intorno al cappellano che dice la messa all’aperto, sotto le granate, sono tutti raccolti col capo chino e sembra che i loro occhi siano luccicanti ... e anche dopo il rancio, se qualched’uno intona con qualche strumento una canzone, tutti l’accompagnano con la voce o col cuore. Son quadri che commuovono e fanno ancora più grande questa azione di guerra”.
Il sottotenente Fornemton, aggregato alla 75ª compagnia, dalle falde del Cristallo ha appena assistito all’impresa compiuta da due plotoni che, raggiunta la cima del Vecchio Forame, hanno poi proseguito lungo il sottile crinale della Cresta Bianca mettendo in fuga il presidio austriaco, occupando alla fine la Forcella Grande. Ora, all’alba dell’11 settembre, in un fitto nebbione e nel più assoluto silenzio, sta attraversando anche lui il ghiacciaio della Cresta Bianca. Assieme agli altri plotoni guida anche il suo contro le ridotte nemiche e si impadronisce della cima. L’artiglieria avversaria reagisce subito e mantenere quella posizione risulta impossibile. Bisogna retrocedere e mettersi al riparo della cresta. Gli alpini restano artigliati alla roccia, ma le granate nemiche non danno tregua; qualcuno, strappato dall’appiglio, cade nel vuoto. Inchiodati al dirupo, gli uomini scavano con le baionette piccoli ripari nella neve e vi si incastrano. Tengono duro così per tre giorni senza rifornimenti e mezzo congelati finché, in fine, decidono di tentare comunque l’assalto. La sorpresa riesce fruttuosa e la cresta di Costabella, quella che gli austriaci chiamano “Schönleitenschneide”, è ora saldamente in mano agli alpini. Stremata e notevolmente ridotta, il 17 settembre la 75ª compagnia riceve finalmente il cambio da un reparto di bersaglieri ed anche Attilio può ridiscendere a valle col suo assottigliato plotone di alpini.
Il 15 ottobre tutto il battaglione «Cadore» è riunito al Passo Tre Croci. La cima occupata a metà settembre si è dovuta sgombrare per l’impossibilità di rifornirla di viveri, uomini e munizioni ed ora si tratta di riconquistarla nuovamente. Gli austriaci hanno intanto rinforzato le difese, ispessiti i reticolati, costruito nuove baracche, scavato caverne ed aperto feritoie dalle quali spuntano le canne delle loro micidiali mitragliatrici. Gli alpini si preparano a Forcella Grande indossando camici bianchi per confondersi nella neve, e se i camici non bastano per tutti, si mettono camicia e mutande sopra la divisa. La 67ª compagnia punta sulla Schönleitenschneide lungo le rocce basali del Cristallino d’Ampezzo, la 75ª scende nel fondo del circo di Val Pra del Vecchio, la 68ª si spinge verso le rocce del Forame di Fuori. All’alba la nebbia si stende ovunque; i plotoni prendono posizione; viene avvistata una vedetta ed il primo sparo squarcia il silenzio: il combattimento comincia. La nebbia si alza e gli artiglieri di Forcella Grande possono finalmente entrare in azione. Gli austriaci sono fortemente trincerati, gli alpini sono invece allo scoperto. Sulla cresta cadono in parecchi mentre percorrono un passaggio obbligato. La 75ª compagnia con un reparto di sciatori avanza fino alle trincee di Val Pra del Vecchio; i reticolati sono recisi, ma gli alpini non possono procedere oltre per la nebbia che si è infittita e per il fuoco incrociato di alcune mitragliatrici. Arriva un fonogramma molto rigoroso che sprona ad avanzare comunque; il maggiore Buffa di Perrero raduna gli ufficiali e scandendo le parole li avvisa: «Signori, andiamo alla morte, facciamo vedere come sanno morire gli alpini». L’attacco riprende immediatamente. A mezzogiorno di quel giovedì, il 21 ottobre, anche i sottotenenti Formenton e Lauro Bosio si lanciano all’assalto coi loro plotoni. Sono due cari compagni, anche se a separarli ci sono dieci anni d’età. Vengono entrambi dalle terre vicentine e promettono di darsi reciproca copertura. I plotoni avanzano sotto il fuoco di sbarramento ma Bosio, disgraziatamente, viene colpito da una bomba a mano che gli fracassa il cranio. Il poveretto precipita fra le rocce sottostanti ed Attilio non può far altro che assistere impotente alla terribile scena. Altri cadono, e lo sforzo degli alpini s’infrange contro la resistenza del nemico. I superstiti fanno ritorno a Forcella Grande dove in pochi rimangono a presidiare la posizione mentre gli altri ridiscendono al Passo Tre Croci.
Il 1° novembre Attilio scrive a suo padre: “Adesso sono solo, soletto su di una forcella altissima a guardia di quanto abbiamo col sangue conquistato. Sono orgoglioso che i miei superiori e la Patria mi affidino la difesa di un passo tanto contrastato, e farò del mio meglio, e darò tutto me stesso per difenderlo. La consegna del comandante la divisione è semplice: restare fino all’ultimo, all’ultimo uomo, si capisce. Ora io sarò l’ultimo. È una consegna semplice e naturale ed io ne godo la voluttà del pericolo; perché, sa, ora si sente anche quella voluttà. Il battaglione 'Cadore' ha scritto ancora una pagina gloriosa nella sua storia, portandosi con onore e valore davanti ad un nemico insidioso e fortificato ... L’ordine era di avanzare decisamente ed i soldati furono meravigliosi nell’obbedire. Non abbiamo fatto tutto, ma abbiamo fatto molto. Pur troppo questo ci costò delle perdite e fra queste lei conoscerà l’amico Lauro Bosio. Era vicino a me e si avanzava paralleli in testa ai nostri plotoni, marciando per uno contro le trincee nemiche, che con mitragliatrici e cannoncini tentavano arrestarci. Un momento sentii un 'mamma mia' a dieci passi alla mia destra; era il povero Bosio che colpito a morte alla testa precipitava nel burrone. L’assalto in quel momento divenne furibondo ... Non potendo dare noi al caro amico sepoltura, la neve pietosamente lo ricopre ogni giorno di più col suo bianco manto. Siamo tanto abituati a guardarlo e a cercarlo che credo anche con qualche metro di neve si saprebbe trovarlo. Giorni sono mi fu offerto il cambio – offerta che mi giunse nel momento che col binocolo osservavo il povero Bosio; l’idea di abbandonare l’amico mi fece rinunziare l’offerta. Ora Vicenza può star sicura che un vicentino s’è assunta la guardia d’un suo prode figlio e che non sarà pago finché non gli sarà data onorata sepoltura.
Anche durante la stagione invernale il sottotenente Formenton ottiene il permesso di tornare a presidiare la posizione per mantenere la parola data all’amico, ma chiamato ad altri impegni dal capitano Giovanni Sala, nel mese di marzo del 1916 è costretto a lasciare la posizione per concorre anch’egli ai preparativi per la conquista del Passo della Sentinella. Si interessa, in particolare, del posizionamento di un lanciabombe Thevenot, prima a Forcella Da Col e quindi, in considerazione della sua scarsa portata, a Forcella Dal Canton. Come le altre, anche questa impresa è resa particolarmente difficoltosa causa l’insistente presenza dell’abbondante manto nevoso e del ghiaccio che ricopre gran parte delle rocce lungo le vie d’accesso. Attilio viene più tardi impiegato in azioni di pattugliamento ed in mansioni d’istruzione ed il 27 maggio del 1916 scrive nuovamente a casa senza sapere che quella sarà la sua ultima lettera: “Mi hanno mandato in questi giorni a far ricognizioni, e lavori, istruzioni, ecc. ecc. che mi tengono sollevato lo spirito e spero anche fra poco ritornare lassù fra i disagi ed il pericolo, ma più sereno d’anima e più contento nel cuore”.

La morte

Ritorna infatti in azione pochi giorni più tardi quando anche la 75ª compagnia viene inviata all’assalto della Selletta di Som Pauses, un nido di mitragliatrici e pezzi d’artiglieria austriache che sormonta il muro roccioso parallelo alla valle del Rio Felizon, ai piedi della Croda dell’Ancona. La potenza di quel baluardo è già stata sanguinosamente saggiata da fanti ed alpini che, al costo di numerosissime perdite, si sono inutilmente lanciati all’offensiva.
Il 7 giugno, al calar del sole, gli alpini del «Cadore» percorrono la strada di Alemagna passando per Fiames ed attraversando quindi il ponte sul Rio Felizon. La 75ª compagnia, agli ordini del capitano Ettore Slaviero, oltre la grande svolta della strada che porta a Carbonin si addentra nel bosco per poi uscirne ed arrampicarsi allo scoperto, a breve distanza dal crinale roccioso di Som Pauses. Nonostante la prudenza degli alpini, gli austriaci si accorgono del movimento ed aprono il fuoco con l’artiglieria. Le compagnie impiegate nell’azione (concorrono all’azione la 76ª del cap. Cavalieri, la 67ª e la 68ª del cap. Porta, una compagnia del 91° fanteria basilicata e la 4ª sez. mitragliatrici del batt. Cadore) si fermano per rafforzare le loro posizioni. In previsione dell’attacco il sottotenente Formenton viene inviato coi suoi ad attrezzare il valloncello sottostante la Selletta.
Alle 5 di mattina del 10 giugno gli uomini della 75ª partono all’attacco arrivando a 250 metri dai reticolati nemici. Il terreno è completamente scoperto e le mitragliatrici austriache aprono il fuoco. Gli alpini sono costretti a fermarsi e sull’imbrunire, non potendo procedere oltre, ripiegano sulle posizioni di partenza. Il sottotenente Attilio Formenton viene riportato a valle ferito gravemente: è stato centrato da una sventagliata di colpi che hanno abbattuto, assieme a lui, una decina di alpini ed un altro giovane ufficiale suo amico, Attilio San Romé.
Trasportato a Cortina d’Ampezzo, all’ospedale allestito presso l’Albergo Cristallo, il sottotenente Formenton muore il 14 giugno del 1916. Ai suoi famigliari sarà riferito che: “[...] alla testa del suo plotone, che guidava all’assalto delle trincee nemiche, non avendo potuto attraversare i reticolati, provvedeva al rafforzamento della posizione raggiunta e, mentre controbatteva il fuoco avversario, veniva irrimediabilmente ferito, trovando quindi la morte nonostante le assidue cure mediche”.

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Attilio con la divisa degli Alpini