Nazione Zangrando Piero

Grado Cappellano Militare

Mostrina  7° Alpini, battaglione Val Piave

Ritratto

Nato il 7 novembre 1878 a Perarolo (BL)

Morto per malattia l'8 dicembre 1935 a Candide (BL)

Decorazioni

Decorazione Medaglia di Bronzo

Incurante del pericolo, si portò sulla linea di combattimento per incoraggiare i feriti e raccogliere e seppellire i morti, dando bella prova di coraggio e di abnegazione.
Toblinger Rieder, Sextenstein, 19 agosto 1915

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Piero Zangrando nasce a Perarolo, alle porte del Cadore, il 7 novembre del 1878. Di intelligenza vivace e tenace volontà, fin da fanciullo Piero frequenta con assiduità la chiesa del suo paese e aiutato, anche economicamente, dal suo parroco, don Dal Favero, compie gli studi nei seminari di Ceneda, vicino a Vittorio Veneto, e quindi a Belluno dove, il 6 giugno del 1903, viene consacrato sacerdote in cattedrale ed il mattino seguente celebra la prima Messa nella chiesa di San Pietro. Il Vescovo lo manda quindi ad Auronzo come cooperatore del rev. don Da Rin e fin da subito Don Piero dimostra generosità e l’amor patrio. Per donare un tricolore a un’associazione di Villapiccola vende il suo orologio, l’unico oggetto prezioso che possiede.
Nel 1915, allo scoppio della guerra, all’età di trentotto anni, parte volontario come cappellano militare e viene destinato al 7° Reggimento Alpini, prima al battaglione «Monte Antelao», quindi al «Val Piave» dove diventa ben presto amico e padre degli alpini coi quali condivide disagi e pericoli. Il 7 giugno del 1915 gli austriaci, salendo da Carbonin, attaccarono il tavolato meridionale del Monte Piana difeso dalla 268ª compagnia. Decimati i plotoni, caduti i tenenti Antonio De Toni e Giuseppe De Pluri, gli alpini resistono alla violenza del fuoco sull’orlo dei precipizi meridionali e si preparano al contrattacco. Don Piero accorre da Forcella Longeres e portatosi in prima linea, conforta i feriti e i morenti ... e non solo quelli italiani. È lui stesso a ricordare l’episodio: “Ho assistito dal principio alla fine a questo combattimento e posso dire di essere meravigliato dei nostri soldati [...] I primi morti furono da me seppelliti in cima alla strada del Piana. Io stesso, mentre dopo il combattimento impartivo l’estrema unzione ad un austriaco nei pressi della Piramide Carducci, corsi pericolo di essere fatto prigioniero. Ebbi il cappello forato da pallottola di fucile [...]
Due mesi dopo, dalle Forcelle Pian di Mezzo, Lavaredo, dei Laghi, Pian di Cengia e da quelle del Paterno, gli alpini del «Val Piave» e del «Cadore», i fanti del 55° e del 56° reggimento, gli artiglieri della 23ª e 58ª batteria da montagna, scendono alla conquista del Rifugio Tre Cime, del Toblinger Riedel e del Sextenstein. Don Piero segue gli alpini, li sostiene vivendo con loro in pieno combattimento, riposando la notte tra i massi e giunge in fine tra i primi sulle trincee conquistate. La medaglia di bronzo che gli viene attribuita sottolinea il suo eroico comportamento. Sono innumerevoli gli altri episodi in cui Don Piero interviene, sempre solerte e disponibile. Solo per citarne alcuni, il 30 ottobre assiste alla riconquista del Sextenstein, il 30 marzo del ’16 segue l’attacco al Rauhkofel, il fosco Monte Scabro che incombe sulla piana di Carbonin, il 2 settembre accompagna i volontari cadorini nell’azione che porta alla conquista della punta occidentale del Forame. Gli alpini del «Val Piave» e del «Cadore» passano poi ai macereti martoriati delle Tofane e vanno quindi al fronte dell’Isonzo. Dopo Caporetto sono sulle Alpi di Trento e il loro cappellano è sempre presente, pronto ad accorrere dove si combatte e si muore. Arriva finalmente la vittoria e Don Piero tra i suoi ricordi annota che “[...] essere un italiano è un onore, ma quello che più importa è essere eroi [...]
Dopo la guerra gli viene affidata la parrocchia di san Pietro apostolo a Sospirolo, una delle più vaste della diocesi di Belluno. Il 23 marzo del 1919 Don Piero entra in paese, ma l’accoglienza non è tra le più cordiali. Da solo, per sette anni, tra le amarezze e le pene del primo dopoguerra, tra le contestazioni delle “leghe rosse” che inneggiano al social-comunismo, Don Piero, come sempre, non si arrende: “Sostengo – dice - una noiosa battaglia con chi pensa e parla male del prete. Ma se cerco di fare del bene, se opero secondo coscienza, che importa l’approvazione degli altri!” E Don Piero vince la sua battaglia “politica”: nel ’21 promuove la “Gioventù femminile di Azione Cattolica”, nel ’25 dà vita al bollettino parrocchiale “Per il Bene”, nel ’29 il Vescovo benedice le bandiere dei circoli cattolici da lui voluti, il “Sacro Cuore” e il “San Pietro”. Un anno prima gli era stato proposto il titolo di monsignore e la promozione a canonico Teologo della cattedrale di Belluno, ma lui non aveva accettato perché: “[...] per essere monsignore e vivere in città ci vuole qualche risorsa finanziaria e io sono poverissimo [...]”. Gli viene proposto anche un preminente posto a Roma ma Don Piero preferisce “[...] il silenzio e la semplicità dei monti [...] povero tra i poveri”.
La sua vita è votata alla Fede, ma l’impegno pastorale non gli impedisce di essere presente a tutte le più importanti manifestazioni alpine e alle gite dei “veci” sui luoghi di guerra. Gli viene un giorno l’idea di erigere una chiesetta ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo e, aiutato dai suoi alpini, è pronto ad assolvere quelli che, pur di realizzare il suo sogno, si “arrangiano” per procurare le assi necessarie alla costruzione. La chiesetta viene dedicata alla Madonna della Croda, ma qualche maligno la chiama già la Madonna del “furto”. “La Madonna della Croda, Don Piero, è quella che s’invoca o quella che si moccola quando la scalata della roccia diventa maledetta?” gli chiededono, e lui: “Mascalzoni! - risponde - l’imprecazione tirata quando si è proprio in bisogno e con cuore che sia puro, non solo viene perdonata, ma è presa lassù come una pura e semplice invocazione!”.
Il 26 maggio del 1926, alla presenza del Re, viene inaugurato a Belluno, nella caserma del 7° Alpini, il monumento ai caduti. Don Zangrando ha scritto per l’occasione un libretto intitolato “I Verdi del Settimo”. Dopo la sfilata dei 10 Battaglioni di guerra ricostituiti, il Sovrano, entusiasta per la magnifica manifestazione, chiama a sé tanti illustri graduati e infine anche Don Piero, facendogli scherzosamente osservare che, fra i tanti alpini che erano sfilati in perfetto ordine, solo lui aveva il passo sbagliato. “Maestà – replica Don Piero – in trincea ho sempre marciato con il passo giusto”.
Nel 1931 viene organizzata un’adunata a Pieve di Cadore e, pur di non rinunciare alla presenza del “prete degli alpini”, Italo Balbo lo manda a prendere a Sospirolo con la sua macchina personale. Nel 1932 la parrocchia di Candide, in Comelico, resta vacante e Don Piero chiede e ottiene di esservi trasferito. L’11 settembre entra in paese accolto da archi di rami e fiori, sventolio di bandiere e drappi alle finestre. Appena divenuto pievano di Candide, il barone Treves de’ Bonfili gli fa dono di un’automobile e lui corre tutto contento a venderla e con il ricavato apre una cucina di beneficenza per i poveri delle sue frazioni. É facile comprendere come il pievano di Candide sappia ben presto conquistare il cuore dei suoi parrocchiani perché è generoso, predica bene e, oltre tutto, è anche un alpino. I paesani sono molto orgogliosi nel vedere quanti pezzi grossi arrivano in Comelico a salutarlo! Don Piero ha dunque il suo bel da fare: “Dicono che l’inverno è incominciato tardi, ma si fa sentire. Si cammina sulla neve da quasi due mesi e decisamente, la mia vita è un po’ quella dell’ebreo errante: non posso mai riposarmi. Sono talmente pieno di lavoro che tante volte penso: ma come potrò tirare avanti?” Il 7 agosto del 1933 partecipa, assieme a trecento persone, a un pellegrinaggio alpino al Passo della Sentinella e nel marzo del 1935 parte per l’adunata d’oltre mare a Tripoli, ma poco tempo dopo scrive: “[...] di salute non sto proprio bene. Ho lo stomaco in rovina e sto facendo una cura grave. Anzi, nella settimana ventura mi recherò a Vicenza dove vi è uno specialista, il prof Berti che mi è anche amico, per assoggettarmi ad un’altra visita.” Il professor Berti - Antonio Berti, il tenente degli alpini che ha già incontrato durante la guerra sulle Tre Cime - gli trova il cuore assai debole e il male allo stomaco molto grave. E’ da due anni che Don Piero sta male, pur continuando a fare il suo dovere col sorriso sulle labbra, ma ora si deve arrendere. Da tutte le parti del Cadore e del Bellunese sacerdoti e autorità, scarponi e amici corrono a Candide per salutarlo, per scambiare con lui un abbraccio. Domenica 1 dicembre 1935 Don Piero chiede gli ultimi sacramenti ma ha ancora lo spirito giusto per dire a un amico: “Vedi, caro, sto facendo le prove della morte! Sta attento e impara la manovra!”. L’8 dicembre, festa dell’Immacolata, Don Piero Zangrando si spegne pian piano come chi si addormenta dopo una faticosa giornata di lavoro. I funerali hanno luogo a Candide con una larghissima rappresentanza di autorità, alpini e paesani. Il 26 aprile del 1936 la salma viene in fine trasportata nel tempietto militare di San Francesco d’Orsina, presso Calalzo, dove riposta nella nicchia coperta da un monumento con la scritta: Don Piero Zangrando – Sacerdote di Dio e della Patria – Riposa nel Signore – 1878-1935.
Su “L’Alpino” Angelo Manaresi scrive: “E’ morto Don Piero: la notizia triste vola di monte in monte, di trincea in trincea, di valle in valle. La odono quelli di sottoterra e si fanno incontro alla grande ombra: - Noi siamo i morti del 7°, quelli che tu, Don Piero, raccomandasti a DIO nell’ora estrema, quelli che sempre ricordasti nella preghiera e nel pianto, soldato fra soldati tu ritorni fra noi a vivere eterno nel cielo della Patria”.