Mina italiana sull'Anticima

21 Giugno 1917

La posizione dell'Anticima (Vorkuppe) era situata circa 80 metri sotto la vetta e vi era sistemato un pezzo di artiglieria che batteva Punta Berrino. Con l'occupazione della posizione, gli italiani avrebbero minacciato la vetta del Piccolo Lagazuoi e si sarebbero preparati la strada per l'accesso in Valparola. Il 25 febbraio gli italiani iniziarono lo scavo della galleria che li doveva portare sotto l'Anticima (q.2668); agli inizi avevano pensato a tre gallerie ma solo quella di mezzo potè proseguire. Questa partiva dalla testata del canalone N.2 e saliva a spirale per 1000 metri; i lavori furono affidati a Malvezzi e Cadorin con un reparto minatori. Gli austriaci rimasero per molto tempo incerti sulla finalità dello scavo ed iniziarono varie ricognizioni: il 28 maggio in una di queste morì ten. Alessandri, mentre l'11 giugno le tre pattuglie gli ordini del s.ten. Kassa e dell'alf. Cloed riescono ad osservare da vicino la galleria italiana. Gli austriaci tentarono una contromina ma non fecero in tempo a terminare i lavori. Da parte italiana lo scavo procedeva velocemente, con tre turni nelle 24 ore. Ai primi di giugno erano stati scavati circa 4000 metri cubi di roccia (1000 metri di galleria con sezione 2,1x2,1) con un avanzamento medio giornaliero di 5,58 m. La pendenza era in certi punti pari al 60% ed il dislivello di 250 metri. Le 35 tonnellate di esplosivo furono caricate in 3 giorni e tutto fu terminato il giorno 19 giugno. Era proseguito anche il lavoro per l'altro ramo della galleria a 'Y' che doveva sboccare proprio sotto la vetta dell'Anticima e doveva servire al passaggio dei reparti d'assalto del Piave di Cadore. Memori delle complicazioni dell'esplosione del Castelletto, nella quale i gas si erano incanalati giù per la galleria, asfissiando le truppe, questa volta la galleria venne divisa in compartimenti stagni con in mezzo una piccola apertura; allo scoppio della mina si doveva introdurre una candela nell'apertura: se questa rimaneva accesa si poteva procedere abbattendo il tramezzo. L'azione successiva allo scoppio era stata affidata al cap. Slaviero che aveva ai suoi ordini:
- il Pieve di Cadore (che lui stesso comandava);
- la 128ª del Monte Albergian;
- 3 compagnie mitraglieri;
- il reparto minatori del V° Raggruppamento
- la 36ª batteria da montagna (sul fianco roccioso di Punta Berrino).
Una squadra del Belluno doveva agire dimostrativamente contro Forcella Lagazuoi ed altri reparti del Belluno e del Monte Pelmo dovevano contenere eventuali azioni controffensive contro il Col dei Bos. Nel pomeriggio del 20 giugno gli italiani aumentano l'attività dell'artiglieria utilizzando anche i lanciabombe pesanti: "Le grosse bombe, che non solamente si udivano sopraggiungere, ma si potevano altresì seguire con gli occhi nella loro traiettoria, cadevano pressochè a piombo, rimbalzando più volte al suolo, dove alla fine scoppiavano con un tremendo fragore. L'intensità del tiro ci dava la certezza che il momento dell'attesa esplosione fosse vicino. Tutti stavano ai loro posti. Io pure mi trovavo, quella sera, nella mia posizione sulla Feldwache 11, allorchè, alle 21.45, la terra fu scossa da un cupo boato proveniente dalle sue viscere. Rivolsi immantinente lo sguardo all'Anticima e mi accorsi che la sua cresta si sollevava lentamente, mentre se ne sprigionavano fumo e fiamme e subito dopo dei grevi pezzi di roccia rotolavano, con un formidabile fracasso, giù per il pendio occidentale. Ten. Comploj"
Cinquanta minuti prima dello scoppio, alle 21, due plotoni della 75ª uscirono dallo sbocco della galleria e si sparsero tra le rocce in silenzio; dopo il loro passaggio vennero approntati i diaframmi murati contro i gas refluiti dell'esplosione. "Secco e deciso, nella camera delle macchine presso l'entrata della galleria, vibrò un comando nel silenzio sepolcrale della truppa ammassata: la montagna fu scossa dalle più profonde radici, mentre si levava e si diffondeva per valli lontane un boato sordo, lungo, sinistro. Sembrava che tutto stesse per precipitare, per sprofondare. Fiamme e volute di fumo denso si alternavano su uno scenario apocalittico!"
Gli Alpini del Pieve di Cadore balzarono in avanti con i due plotoni della 75ª (asp. Manetti e s.ten. Saetta) e la 3ª sezione mitragliatrici (ten. Berrini) sbucando dalla galleria, e raggiunsero la posizione austriaca (il cratere) ma non riuscirono ad andare oltre in quanto vennero arrestati dall'artiglieria austriaca (soprattutto un canone della Kannon Batterie 1 del ten. Bargher) posizionata sul versante sud del Gran Lagazuoi che provocò ingenti perdite (200 tra morti e feriti). Una pattuglia della 68ª (serg. Menegus), oltrepassato il cratere, tentò di proseguire seguendo l'orlo dei picchi sopra Cengia Martini, ma venne individuata da un riflettore e colpita da una mitragliatrice appostata sulla Prua della Nave e quindi costretta a retrocedere lasciando un morto sul terreno. Una pattuglia di 3 uomini della 67ª venne travolta dalla frana e catturata dagli austriaci. Gli altri due plotoni della 75ª (ten. Arrù e Bazzanella) con uomini della 68ª corsero su per le gallerie e si lanciarono sotto il diluvio di massi, sostenuti dalla 4ª sezione mitragliatrici (ten. Passerini) e giunsero fin sotto la selletta di q.2668.
"Notte di vittoria superbamente stellata. La mina aveva lavorato esattamente come previsto: lo sconvolgimento della roccia e la distruzione di tutte le sistemazioni d'accesso nemiche presso la selletta era tale, che gli austriaci non potevano, come evidentemente avrebbero voluto, procedere a un immediato contrattacco in forze."
Due sezioni della 141ª compagnia mitragliatrici si appostarono all'Anticima ed altre due della 417ª si collocarono a 50 passi di distanza su un costone roccioso. Un pezzo della 36ª batteria da montagna venne travolto dalla frana e due mitragliatrici si incepparono, ma i pezzi e le mitragliatrici restanti organizzarono un violento fuoco d'interdizione contro le feritoie del Grande Lagazuoi. Verso le 1 a q.2668 accorsero due plotoni della 68ª (ten. Radaelli, Gerard e Zanuso) per colmare le ingenti perdite. Nel frattempo Malvezzi e Cadorin aprirono una feritoia sull'estremità franata della galleria in cui si appostò una mitragliatrice della 141ª compagnia per battere le adiacenze della selletta. Il cap. Slaviero riportò la linea di difesa poco sotto q.2668 ove si stabilirono 2 plotoni della 68ª e 2 della 67ª, con 5 mitragliatrici, agli ordini del cap. Cavalieri. L' azione costò agli alpini del Pieve di Cadore 16 morti e circa 80 feriti. La partenza per la Bainsizza bloccò ogni ulteriore piano del col. Tarditi.

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